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Arriva una brutta Finanziaria tutta nel segno del PIL (e di Mario Draghi)

di Maurizio Bianconi
6 Gennaio 2026
in Pòlis
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Arriva una brutta Finanziaria tutta nel segno del PIL (e di Mario Draghi)
       

Fuochi d’artificio, feste di piazza, banalità a braccetto con unanimi felicitazioni hanno accolto il 2026.
 Prima delle bollicine di mezzanotte, il teatrino della repubblica democratica dal passo monarchico e dal linguaggio totalitario ha celebrato la fine dell’ennesima horror comedy: la legge finanziaria. Rito annoso, strumento per piccoli spot e virtuosismi contabili dei magici e plenipotenziari funzionari del MEF.
In questo scenario, un politico dabbene si è spogliato per qualche minuto delle vesti istituzionali di vicepresidente della Camera, è tornato deputato militante ed è intervenuto in Aula a sostegno del governo.
 Nulla di formalmente vietato, ma gesto insolito e politicamente discutibile secondo una prassi unanime e consolidata. I pochissimi precedenti dal 1948 a oggi sono sempre stati accompagnati da polemiche, proprio perché la discussione sulla finanziaria è “fondativa” per la vita di un governo e la terzietà della carica consiglierebbe il silenzio.
Il vicepresidente, parlamentare di Fratelli d’Italia, uomo di indubbia rettitudine personale e di buona fede tanto rara quanto apprezzabile, ha snocciolato una serie di dati statistici. Tutti sostanzialmente positivi.
Non tanto per difendere la bontà della manovra, quanto per certificare la bontà complessiva dell’operato del governo.
Non è dato sapere se la rottura della prassi sia stata una scelta autonoma o una necessità imposta dagli insondabili impulsi che attraversano il suo partito, in una sorta di nevrosi da assedio permanente, ben radicata nell’animo di molti militanti.
Il punto politico, però, è un altro. 
Quell’autorevole arringa difensiva si è trasformata, senza cambiare una virgola, in una requisitoria d’accusa senza attenuanti. La scelta di utilizzare esclusivamente indicatori come PIL, spread, deficit, debito, conti “in ordine”, occupazione in termini quantitativi e non qualitativi, ha un significato preciso: l’opzione del governo è conformare lo Stato e le sue scelte alla piattaforma che usa quei numeri per misurare la propria crescita.
 Quella della finanza e della speculazione.
Di fatto, il vicepresidente ha dichiarato che il governo è pacificamente definibile come un Draghi 2: uno strumento efficace al servizio del dominio di banche e finanza. Così facendo ha avvalorato l’idea che Meloni abbia estromesso la democrazia sostanziale, accettando prima e promuovendo poi l’avvento della postdemocrazia formale. Una scelta rivendicata insieme ai suoi presunti risultati positivi.
Risultati che però collidono frontalmente con la realtà sociale:
 povertà assoluta per una persona su quattro e circa due milioni e mezzo di famiglie, povertà relativa per il 40% della popolazione. È proprio da questi dati che emerge la verità: l’ex classe media retrocede nel mare della proletarizzazione, dove le speranze sono affidate a bonus, benefit, assistenza o, sempre più spesso, a espedienti che sconfinano nell’illegalità.
 Un percorso inverso rispetto a quello compiuto nel settantennio precedente.
La contraddizione non è apparente. È reale. E non c’è alcun errore di percezione.
 Dipende banalmente dal fatto che gli indicatori macroeconomici e il benessere delle persone si misurano in modo diverso. Non siamo di fronte a un paradosso, ma all’effetto coerente di un modello che privilegia gli equilibri finanziari rispetto al benessere delle persone. Dei pochissimi rispetto alle moltitudini.
Il PIL e i suoi satelliti misurano la ricchezza quantitativa, ma non la sua distribuzione. Non descrivono le condizioni reali della società.
Un Paese può “crescere” statisticamente mentre la maggioranza arretra, peggiora i propri standard di vita e vede i benefici concentrarsi al vertice della piramide. In una società che cresce davvero, l’aumento dell’occupazione non può coincidere con l’aumento della povertà. E avere un lavoro non può cessare di essere una garanzia per uscire dalla povertà.
Il vicepresidente ha lodato lo spread ai minimi, il deficit in contenimento, i conti pubblici “in ordine”. Dati utili ai mercati, non al carrello della spesa. Rassicurano investitori e Unione Europea, ma non migliorano automaticamente sanità, scuola e servizi. Spesso, anzi, coincidono con tagli o mancati investimenti sociali.
La stabilità finanziaria non cammina insieme alla giustizia sociale.
Quel discorso ha descritto con precisione i risultati di una società in cui la ricchezza si concentra in pochissime mani, mentre i redditi medi stagnano e quelli bassi arretrano nel loro valore reale. Ha ignorato la politica. Ha ignorato i dati concreti: quelli dell’ISTAT e delle statistiche che raccontano la realtà dal basso, invisibile alla macroeconomia.
In sintesi: gli indicatori economici possono avere il segno più, lo Stato può incassare di più, i mercati possono essere tranquilli e le persone possono diventare più povere.
Non è un paradosso. È un modello.
Ed è proprio questo modello che il vicepresidente ha squadernato ingenuamente quanto inequivocabilmente. Il target della postdemocrazia dominante: quella che oggi esalta un premier finalmente conquistato alla causa della finanza.
 Lontano anni luce da quella democrazia vissuta — molto più di oggi — quando praticava la sezione di Colle Oppio.
 Allora la volevano linciare. O quasi.
 Oggi tappeti rossi, successi planetari e copertine.

Tags: governo MeloniMario Draghi
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