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Dopo Parigi. L’Europa masochista preferisce scandalizzarsi piuttosto che ragionare

di Vincenzo Cacciappoli
19 Febbraio 2025
in Pòlis
1
Dopo Parigi. L’Europa masochista preferisce scandalizzarsi piuttosto che ragionare
       

La sferzata di J.D.Vance alla conferenza sulla sicurezza di Monaco,  all’Europa, è giunta forse inaspettata per i toni, ma certamente ha avuto il merito (almeno si spera) di scoperchiare il vaso di pandora delle tante contraddizioni di questa Europa di fronte alla impietosa realtà dei fatti. Una realtà che mostra la totale inadeguatezza di un Europa disunita e spaccata come non mai. Un’Europa che ha mostrato solo di volersi unire in nome della ideologia, che fosse quella woke o quella green. Un’Europa che non ha capito che i tempi sono cambiati, ma che è rimasta ancora convinta di poter contare a prescindere, in nome della sua storia e delle sue tradizioni, sul nuovo scacchiere geopolitico internazionale.

Ma al duro attacco di Vance, dopo poche ore, in un editoriale sull’autorevole Financial Times, è seguito quello altrettanto sferzante dell’ex presidente della Bce (ed ex premier italiano), Mario Draghi, che ha invitato, senza mezzi termini, il vecchio continente a cambiare radicalmente politica ed approccio, pena l’irrilevanza internazionale. Ma invece di analizzare le cause che hanno portato il vice di Trump, a parlare così, la reazione di molti in Europa, in gran parte a sinistra (facendo invece spallucce sulle parole durissime di Draghi a mezzo stampa) è stata quella di accusare gli Usa di vergognosa ingerenza nella politica europea.

Paradossale, pensando a come sia stata l’Europa per decenni a permettere, e in certi casi a richiedere espressamente, l’intervento degli Usa in questioni di politica interna europea. Basti pensare a quello che accadde proprio in Ucraina molti forse dimenticano quello che avvenne nel 2014, con la rivolta che fece cadere l’allora presidente filorusso Viktor Yanukovych. È ormai ampiamente dimostrato che dietro a quella che apparve come un’insurrezione spontanea del popolo ucraino, in realtà si nascondesse un preciso disegno, architettato dalla Cia. Ma anche in Grecia nel 1947 per spodestare i partigiani comunisti dell’EDC, o sempre nello stesso anno, in Italia, per appoggiare in maniera piuttosto esplicita una Democrazia Cristiana in difficoltà contro “l’avanzata” del partito comunista italiano, o ancora in Polonia nel 1980 per appoggiare Solidarnosc di Lech Walesa. E questo per limitarsi agli interventi più o meno espliciti e diretti.

Ecco allora che il fatto che qualcuno adesso si scandalizzi solo perché alla Casa Bianca siede nuovamente il “pericoloso sovranista” Donald Trump, mostra ancora una volta tutta l’ipocrisia di certa sinistra. La dura realtà è invece un’altra, e racconta di un Europa che ormai è ai margini da troppo tempo, e per sua colpevole responsabilità, dei nuovi equilibri geopolitici internazionali.

Questo perché, malgrado a destra molti da tempo lo chiedano, non si è mai voluta dare una vera difesa comune, così come una politica estera comune. Troppo dispendioso e poco vantaggioso per gli interessi nazionali, secondo gli “scienziati” che hanno occupato le cancellerie europee in questo primo quarto del nuovo secolo. Non capendo che, solo un Europa forte ed unita, poteva contrastare le superpotenze mondiali, come Stati Uniti, Cina, Russia. Sul piano della difesa, infatti, ci si è cullati per decenni sotto il facile ombrello della Nato (e quindi del potente alleato americano) e sul piano economico ci si è sempre mossi in ordine sparso, per cercare di curare i propri interessi di parte, senza guardare a quello che era il contesto globale su cui ci si muoveva.

La Germania della Merkel ne è un esempio lampante, ma anche la Francia di Mitterand, Sarkozy ed ora Macron hanno sempre cercato di lucrare le loro rendite di posizione, infischiandosene degli altri paesi. L’asse franco tedesco è sempre stata il perno di qualsiasi politica comune europea. La fiera opposizione da sempre a qualsiasi ipotesi di debito comune (un tabu che ancora oggi regge, tranne il singolo virtuoso caso del Next Generation Eu dopo il covid) per finanziare la crescita, in nome di un assurdo rigore finanziario, e di un altrettanta assurda liturgia della imprescindibile austerità finanziaria dei conti pubblici, è stato, ed è, un errore grossolano, che ha contribuito a determinare quel ritardo competitivo che sta azzoppando le principali economie europee. E nemmeno il fatto che adesso, come in una sorta di nemesi, a pagare il conto di queste politiche miopi e sbagliate siano proprio maggiormente Francia e Germania, riesce a smuovere le coscienze dei burocrati di Bruxelles.

Giorgia Meloni ha rappresentato in questo senso, grazie anche alla fortunata coincidenza di trovarsi di fronte due leadership franco tedesche mai così deboli come ora, un elemento di rottura col passato. La sua politica sulla migrazione, il suo tentativo di accreditarsi verso i potenti del mondo (ha o ha avuto buoni rapporti con Biden, così come Erdogan, Xi Jin Ping e Modi), ma anche la sua critica costruttiva contro le nomine decise a tavolino della nuova commissione, ne sono un chiaro esempio.

Forse è proprio per questo che in Europa viene osteggiata e criticata. In pieno clima gattopardesco, le cancellerie europee, mal tollerano chi ambisce concretamente a cambiare lo status quo fallimentare di questa unione europea, che di comune, per ora, ha solo moneta e poco altro. L’elezione di Trump rappresenta probabilmente l’ultima grande occasione (per chi è in grado di comprenderlo) che ha il vecchio continente per uscire da questa impasse ed apatia, che sembrano averla pervasa ormai da qualche lustro. Basti pensare alle follie del green deal, e ai danni che stanno generando su imprese e famiglie europee. Come dice giustamente Mario Draghi, l’Europa ha già dei dazi che si è indirettamente inflitta, e che sono rappresentati dalle pastoie burocratiche e le sue leggi inutilmente vessatorie per l’economia e la competitività europee. Occorre un cambio di passo, e Vance lo ha semplicemente espresso chiaramente, mostrando come il re sia ormai nudo.

Giorgia Meloni potrebbe essere davvero quel ponte necessario per costruire un nuovo rapporto con gli Stati Uniti, un rapporto che, se non potrà mai essere paritetico, almeno non sia più di sudditanza verso il grande alleato atlantico. Se l’Europa non coglierà nemmeno questa ultima occasione, offerta da una nuova amministrazione americana, che al contrario dell’Europa di questi anni, affonda le sue radici politiche nel pragmatismo e nella concretezza, sembra inesorabile la caduta verso un destino di irrilevanza e di declino economico. La reazione scomposta di Macron e la sua decisione di fissare un vertice di emergenza a Parigi, escludendo come al solito, buona parte dei paesi europei non sembrano essere di buon auspicio.

Tags: Giorgia MeloniJ.D VanceUnione Europea
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Commenti 1

  1. Francesco says:
    2 anni fa

    Il serpente cambia solo la muta e nient’altro. Una cosa è vera, il rapporto di sudditanza. Meloni lo ha dimostrato ampiamente, prostrandosi a Biden come a Trump. L’Europa è colonia, punto. L’esercito europeo, in queste condizioni, sarebbe solo un’entità militare sotto lo stretto controllo degli USA e non potrebbe essere altrimenti, a meno che i popoli europei non siano disposti ad una nuova guerra per riprendersi la sovranità. Il che mi sembra molto ma molto improbabile. Mi basterebbe che il governo sfruttasse il suddetto cambiamento di muta per avere mani libere per fermare l’immigrazione e promuovere i rimpatri. Non a parole, nei fatti.

    Rispondi

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