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Home Libri&LIBERI

Enigmi storici. Le tre morti di Vincent Van Gogh

di Fabio Andriola
21 Giugno 2026
in Libri&LIBERI
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Enigmi storici. Le tre morti di Vincent Van Gogh
       

Vincent Van Gogh è stato sicuramente uno dei pittori più ammirati e influenti della storia della pittura anche se ha vissuto solo 37 anni, tutti spesi nella seconda metà dell’Ottocento. E’ l’autore dei Girasoli, della Notte Stellata, della famosa sedia e di un meno famoso autoritratto: e sono solo alcune delle tantissime opere che Vincent ha prodotto nonostante una malattia mentale che, secondo la storia ufficiale, lo avrebbe condotto al suicidio nell’estate 1890. Ma il grande pittore è morto davvero suicida?

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Capita che per sentire urlare “Il Re è nudo” si debba attendere l’arrivo di qualche storico non accademico. E’ quello che sta accadendo, a cavallo tra storia dell’arte e criminologia, per «il più grande caso di omicidio irrisolto e la più grande operazione di insabbiamento del mondo dell’arte». Parole forti che, dall’alto dei suoi 85 anni, il dottor Irv Arenberg, medico in pensione (specializzazione in otorinolaringoiatria, fatto non secondario come si vedrà) non ha paura di ribadire ogni volta che gliene si presenta l’occasione. Arenberg vive in Arizona, negli Stati Uniti, ma da quasi tutta la vita cuore e testa stanno in Olanda, terra d’origine dell’uomo a cui questo anziano medico si è dedicato fin dalla giovinezza: Vincent van Gogh, appunto.

Arenberg si è imbattuto in van Gogh quando era ragazzo, negli anni Cinquanta, e da allora non si sono più lasciati. Si potrebbe dire che da sessant’anni Vincent è il suo migliore amico oltre che il più affezionato dei suoi pazienti. Sicuramente è la più ossessionante tra le sue ossessioni al punto che questo medico statunitense che si è trasformato in un piccolo Poirot, convinto che la fine del suo idolo nasconda un grande mistero.

Arenberg ha scritto due libri sugli ultimi giorni di van Gogh senza però trascurare gli anni precedenti. Prima di arrivare al giorno della morte, Arenberg ha infatti “visitato a distanza” il suo paziente preferito. E non si è trattato di due operazioni indipendenti perché si è sempre ritenuto che il suicidio di van Gogh abbia avuto come premessa i vari disturbi di salute del pittore che avevano finito per comprometterne l’equilibrio psicologico. Arenberg pensa invece che l’artista non soffrisse di epilessia, come affermato all’epoca dal suo medico, ma piuttosto era affetto dalla sindrome di Ménière, una malattia dell’orecchio interno che può causare vertigini (sintomo in effetti denunciato a più riprese da van Gogh) e acufene, cioé un ronzio persistente nelle orecchie. La sindrome di Ménière, per Arenberg, può spiegare ad esempio il famoso gesto di autolesionismo messo in atto dal pittore il 23 dicembre 1888, quando con un rasoio si amputò il lobo dell’orecchio sinistro. Un episodio chiave della sua biografia perché, nell’opinione corrente, viene considerato come un’anticipazione del suicidio di un anno e mezzo dopo.

Al suo ultimo giorno, Vincent era arrivato dopo vari ricoveri in ospedali psichiatri preceduti da altrettante gravi crisi durante le quali perdeva conoscenza, aveva allucinazioni, mangiava vernice e altro ancora. Del resto, alla fine del XIX secolo l’epilessia poteva talvolta essere una diagnosi onnicomprensiva. Ogni specialista moderno ritiene che l’artista abbia sofferto di una malattia nel proprio ambito. Gli psichiatri sono convinti che fosse bipolare. Il chimico ipotizza che avesse avuto un avvelenamento da piombo dovuto ai pigmenti dei suoi dipinti. Il chirurgo otorinolaringoiatra ritiene che avesse la sindrome di Ménière. Sia come sia, dopo l’ultima dimissione dal manicomio nella primavera 1890, van Gogh si ritirò in un piccolo villaggio non lontano da Parigi: Auvers-sur-Oise. Nonostante l’assistenza e l’amicizia del dottor Paul-Ferdinand Gachet, medico e pittore dilettante oltre che amico di molti artisti, van Gogh nei suoi ultimi mesi non era comunque del tutto sereno anche se lavorava in modo frenetico, realizzando quasi un quadro al giorno. Poi, il 27 luglio 1890, secondo la storia ufficiale, mentre era in un campo di grano, decise di spararsi un colpo di pistola all’addome. Si ferì solamente e riuscì a tornare alla locanda dove alloggiava: si buttò sul letto e lì trascorse le sue ultime 30 ore. Una lunga agonia che Arenberg ha studiato nei dettagli anche se non è il primo a sospettare che dietro la morte del grande pittore olandese si nasconda un mistero: i dubbi circolano almeno dagli anni Cinquanta ma è soprattutto dal 2011 che hanno preso sostanza grazie alle ricerche di due Premi Pulitzer americani Steven Naifeh e Gregory White Smith, autori di una biografia di van Gogh in cui hanno apertamente sostenuto che l’artista fu ucciso accidentalmente da un ragazzo che giocava col fratello con una pistola in quello stesso campo. Secondo questi due autori, Vincent – che era depresso e consapevole dei guai in cui sarebbero incorsi i ragazzi – non avrebbe rivelato a nessuno la circostanza, lasciando credere di essersi sparato da solo. Arenberg sostiene però che Naifeh e White Smith hanno seguito una pista sbagliata e propone la “sua verità” che, prevede una complicità finale di van Gogh, deciso comunque a non far emergere la verità.

Su un punto le tesi dei sostenitori della pista alternativa concordano: siamo proprio sicuri sicuri che van Gogh volesse suicidarsi? Arenberg pensa che sia strano il fatto che van Gogh, prolifico scrittore di lettere, non abbia lasciato neanche un biglietto d’addio. E nessuno dei testimoni della sua morte notò una bruciatura da polvere da sparo sulla pelle del pittore, cosa che dovrebbe essere evidente in caso di colpi esplosi a bruciapelo. Anche la possibile traiettoria della pallottola risulta poco credibile se messa in relazione ad un colpo d’arma da fuoco autoinflitto. Inoltre, non ci sono segnali evidenti di uno stato psichico incline all’autolesionismo: depresso sì, aspirante suicida forse no. Anche perché, fa notare Arenberg, in quei giorni di fine agosto van Gogh stava lavorando intensamente e aveva appena ordinato nuovi colori. Segno che pensava di dipingere ancora… Ma allora cosa può essere accaduto? 

Arenberg sospetta che l’artista fosse stato coinvolto in una relazione amorosa con Marguerite la figlia ventenne del Dr. Gachet. Non a caso sono noti almeno due ritratti della ragazza fatti da Vincent anche se, secondo Arenberg, anche altri tre ritratti di donna fatti dal pittore sarebbero da mettere in relazione con Marguerite. L’amore tra la giovane e van Gogh non sarebbe stato ben visto né dal padre di lei, il dottor Gachet, né dal fratello della ragazza. Ad aggravare la situazione c’era che, oltre ad una scontata gelosia, i due Gachet erano, sempre secondo Arenberg, dei «sociopatici malvagi, depressi e mentalmente instabili» oltre che fortemente sospettati di essersi impossessati di varie opere di van Gogh. In particolare, dice Arenberg, il dottor Gachet era molto eccentrico: membro della Mutual Autopsy Society, collezionava maschere mortuarie di assassini ghigliottinati e raccoglieva le ossa umane che emergevano, grazie all’erosione del terreno, da un cimitero vicino. Non è un caso quindi che Gachet abbia fatto un ritratto, molto rozzo, di van Gogh sul letto di morte: «È più malato di me», avrebbe confidato il pittore al fratello Theo in una lettera mai spedita.

Quindi come sarebbero andate le cose? Arenberg ha pochi dubbi: dopo che van Gogh aveva comunicato a Gachet i suoi piani di matrimonio con Marguerite, il medico e suo figlio lo affrontarono fuori da un fienile vicino a un campo di grano. I tre uomini litigarono, poi uno dei due Gachet estrasse una pistola e sparò all’artista. Il Dr. Gachet, che fu poi chiamato a curare il ferito, riuscì a far passare la teoria del tentato suicidio con l’appoggio dello stesso van Gogh che volle così proteggere Marguerite. “Fu un delitto d’onore”, dice Arenberg il quale però non trova molti sostenitori nel mondo dei critici d’arte e degli appassionati di van Gogh. Praticamente nessuno storico dell’arte da credito all’ipotesi dell’omicidio, ipotesi che gli studiosi hanno variamente liquidato come “folle”, “teoria del complotto” e “al limite della frode”, ma che ha catturato l’immaginazione del pubblico. Wouter van der Veen, fondatore della Van Gogh Academy, ha dichiarato che «ogni giorno devo avere a che fare con persone che vengono dopo le lezioni o che scrivono e-mail a me e ai miei colleghi accusandoci di aver nascosto la verità, come se volessimo insabbiare l’omicidio». Secondo van der Veen in realtà «non c’è una sola ragione per credere che Van Gogh non si sia suicidato».

Come per ogni enigma che si rispetti c’è sempre chi è pronto a giurare che non c’è mai stato nessun mistero da svelare: la stragrande maggioranza degli storici dell’arte infatti accusa i teorici dell’omicidio di van Gogh di aver selezionato le prove con cura e di non aver verificato le proprie fonti. Ad esempio, l’adolescente che Naifeh e White Smith indicano come l’involontario assassino di van Gogh, ha affermato di aver lasciato Auvers pochi giorni prima della morte del pittore. E Marguerite poi non era certo il tipo di van Gogh, dicono gli esperti: aveva 17 anni meno di lui, mentre van Gogh aveva una storia di relazioni con donne di quasi dieci anni più grandi; non a caso aveva scritto a un amico che gli piacevano le donne “consumate dalla vita”. Non basta: Gachet padre e figlio, lungi dal prendere le distanze dalla famiglia van Gogh dopo la morte dell’artista, come ci si sarebbe aspettato se l’avessero ucciso, si mostrarono molto affezionati alla memoria di Vincent. Il Dr. Gachet fu visto singhiozzare così tanto durante il suo elogio funebre che riuscì a dargli solo un addio molto confuso e trascorse il resto della sua vita lavorando a un libro mai realizzato sull’artista. Suo figlio invece lasciò in eredità del denaro alla città di Auvers perché ci si prendesse cura in perpetuo della tomba di van Gogh.

Come sempre però, lo scontro tra ortodossi e revisionisti ha un effetto comunque positivo perché costringe entrambi i fronti a riconsiderare le prove e a portare alla luce aspetti della personalità di van Gogh che aggiungono sfumature alla sua vita, complicando il ritratto stereotipato del pittore: insomma non solo un disperato, misantropo instabile e asociale, che stendeva colori su una tela escludendo tutto il resto. Invece oggi sappiamo che van Gogh amava ridere, stringeva subito amicizia con tutti, si mostrava protettivo nei confronti del fratello Theo e della sua famiglia ed era dolce con i bambini. Detto questo, sui due fronti contrapposti, ognuno resta della propria opinione, senza reali possibilità di trovare un punto di incontro.

Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/

Tags: artepitturastoriaStoria in reteVincent Van Gogh
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