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Home L'Editoriale

Governo. Perchè il gioco delle purghe tardive non convince e non aiuta

di Maurizio Bianconi
27 Marzo 2026
in L'Editoriale
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Governo. Perchè il gioco delle purghe tardive non convince e non aiuta
       

La reazione repentina della premier alla vittoria del no potrebbe avere una causa  banale. La premier non è una campionessa di comportamenti serafici. È irascibile e determinata e l’uso fulmineo della ghigliottina potrebbe essere stato provocato da uno sbocco di collera esploso in tutta la sua improvvida violenza. Un dazio alla personalità più che alle tattiche e alle strategie. Perchè nel rescritto di decapitazione dei reprobi e nel pubblico crucifige di un condannato refrattario si colgono l’olezzo e la postura delle purghe post disfatta dei regimi  totalitari e dispotici.Paghino gli scellerati, gli ingrati, gli indegni. 

Il popolo capirà e condannerà pitoni e pitonesse e si stringerà ancor di più alla domina tradita dai sodali immeritevoli. I media – laudatores faranno il resto. Infatti si legge “ la rivoluzione di Giorgia’ ‘la motosega di Giorgia’ fino all’ieratico ‘la mano di Giorgia’. Il leader maximo fa pulizia, mette sul tavolo tutto il suo carisma e il richiamo all’integralismo. L’errore politico della retata degli eccellenti corre in direzione contraria agli auspici e potrebbe ledere anzichè rafforzare l’autorevolezza del leader. 

L’impressione che probabilmente prende campo è che Giorgia sia fallibile, che abbia  sbagliato a tenersi costoro intorno, o peggio a metterseli intorno. Una per il discredito, gli altri due allocati al centro della pugna, il ministero di Giustizia. E non si va alla guerra con la prima linea scombiccherata e la reputazione governativa messa a repentaglio. Facile concludere per il popolo possa metabolizzare che la leader non soltanto non sia infallibile, ma appaia anche inaffidabile.

Infine l’elemento forse il più penetrante. I giustiziati sono coloro che l’opposizione aveva messo  nel mirino chiedendone con insistenza le  dimissioni. Richiesta respinta anche in sede parlamentare. Le estromissioni da parte del presidente del consiglio l’hanno posizionato automaticamente dalla parte del torto per aver disatteso in precedenza  le richieste dell’opposizione, oggi fatte proprie con una velocità estrema. L’opposizione riprende fiato proprio per aver visto riconosciute come corrette le richieste a suo tempo respinte.

Un’opposizione non migliore della maggioranza è stata rimessa in pista da un errore e da una sconfitta, che depotenziano l’immagine di Meloni. Il passo falso non è di poco conto e ripete quello commesso in pieno delirio di onnipotenza da Matteo Renzi.  Esso è fondato in primis sull’ignoranza della forme istituzionali. L’abbecedario istituzionale insegna che le regole le cambiano le assemblee non i governi. 

Se la legge di riforma è governativa l’opposizione deve rimanere opposizione e mettere in minoranza (o almeno provarci ) il governo. Cosicchè cambiare le regole non è più un atto in sè e di tutti ma un atto di parte, di governo che poi lo registrerà come proprio successo. O insuccesso come in questo caso. Per capirlo sarebbero bastati umiltà buonsenso e rispetto per le istituzioni. 

Adesso si tirano le fila. Era stata votata per vedere l’economia risorgere fuori dai vincoli di Ue e finanza, bollette leggere, fine delle accise, imposte dirette e indirette ridotte, imprese e lavoro risorgenti. Per avere più sicurezza, per avere pace nell’interesse del paese. Invece di ben adoperare la ‘cazzimma’ che ha sfoderato con gli epurati si è assistito a un processo di assestamento dentro i recinti che si dovevano abbattere o aggirare. Come dice un famoso notista non ostile e sicuramente non destrista ‘ha dato vita a un processo che appariva come un miracolo politico della destra che si fa centrosinistra, che molla le radici senza parere …’. Che si fa gregaria di un Trump, oggi imbarazzante, dipendente dei conti astrusi di Draghi Giorgetti UE e finanza, lamentosa ma non performante sulla sicurezza. Risultato: non convince i nuovi amici, delude gli elettori, sdegna i compagni della lunga marcia . 

In più si fa mettere sotto nello scontro con la magistratura, che approfitta della conversione del referendum da separazione delle carriere, in governo sì governo no. Adesso che viene il difficile  la mediocrità dei fedelissimi dovrà risollevare le sorti della flotilla de gubierno. Per la cronaca il successore della Bartolozzi a capo gabinetto del ministro Nordio è il procuratore generale che fece condannare Mediaset per frode fiscale. Un contrappasso doloroso che unisce al danno la beffa.  Ma che suggerisce il primo provvedimento che il governo dovrebbe compiere. Questo sì senza ritardo. Rimandare i 230 magistrati nelle rispettive sedi a far sentenze e toglierli dai ministeri dove fanno e disfano a loro piacimento. Altro che separazione delle carriere.

Tags: governo Melonireferendum giustizia
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