Nel pieno di una fase storica segnata dalla ridefinizione degli equilibri globali, l’Italia si trova davanti a una delle rare congiunture in cui geografia, storia e diplomazia convergono in una stessa direzione: quella del Mediterraneo allargato. Le trasformazioni in corso in Africa, Medio Oriente e Asia non rappresentano soltanto scenari esterni da osservare, ma processi che interpellano direttamente il ruolo dell’Italia nel mondo. In questa prospettiva, i due grandi vettori della politica estera italiana — il Piano Mattei e il corridoio India-Medio Oriente-Europa (Imec) — assumono la forma di strumenti concreti per tessere connessioni tra continenti, economie e culture, a vantaggio non solo del Paese ma dell’intera Europa.
L’affacciarsi dell’Italia su una nuova geografia del potere globale avviene mentre i grandi equilibri si spostano verso Sud e verso Est, nell’Indo-Pacifico, in un contesto in cui Africa, India e Medio Oriente consolidano la loro centralità economica e politica. La scelta italiana di partecipare attivamente a questa trasformazione non è un gesto isolato, ma il tentativo di rispondere a una nuova configurazione multipolare che rifiuta logiche rigide di blocco e promuove cooperazioni trasversali. Un plurilateralismo che consente partnership flessibili, capaci di adattarsi alle esigenze di crescita, energia e sicurezza. Ed è qui che l’Italia può fare la differenza: fungendo da ponte operativo e strategico tra Europa e Sud Globale, trasformando la sua collocazione geografica in una piattaforma diplomatica e logistica all’altezza delle sfide.
Nel Mediterraneo, infatti, il nostro Paese detiene una posizione unica, derivante dall’unione di tre fattori: una proiezione storica radicata nel dialogo interregionale, una diplomazia riconosciuta e apprezzata e infrastrutture portuali di livello europeo. Tra queste, Trieste spicca come nodo di connettività sempre più determinante. Nel 2024 il porto giuliano ha movimentato quasi 60 milioni di tonnellate di merci, confermandosi tra gli hub più importanti del continente. Grazie alla sua rete ferroviaria, componenti industriali provenienti dall’India possono raggiungere Monaco o Rotterdam in meno di due giorni, riducendo tempi e costi.
È proprio nell’ottimizzazione delle rotte commerciali che l’Imec trova senso e potenzialità. Il corridoio, collegando India, Golfo Arabico e Mediterraneo, offre percorsi logistici capaci di abbreviare fino al 40% i tempi di trasporto rispetto alle tratte tradizionali. Un’opportunità che permette a Roma non solo di rafforzare la propria rilevanza commerciale, ma anche di guidare il dialogo tra Bruxelles e Nuova Delhi su temi chiave quali tecnologia, energia e catene del valore. La possibilità che Trieste diventi punto di arrivo dell’idrogeno verde prodotto in India e nel Golfo rappresenta un tassello coerente con l’obiettivo nazionale di importare 252.000 tonnellate annue di questo combustibile entro il 2030. L’integrazione tra energia e infrastrutture non è più un’opzione, ma una direttrice fondamentale della politica estera.
Parallelamente, il Piano Mattei offre la prospettiva di una presenza italiana più strutturata in Africa. La sua forza risiede nella volontà di superare l’impostazione assistenziale del passato, orientandosi verso partnership tra pari, basate su investimenti, innovazione e sostenibilità. Il continente africano, con la sua crescita accelerata e il suo enorme potenziale demografico, rappresenta oggi una delle aree più dinamiche al mondo. Il G20 di Johannesburg, primo vertice ospitato in Africa, ha confermato la centralità del continente e l’urgenza delle sue priorità strategiche.
Il dato demografico è quello che colpisce più di ogni altro: 1,56 miliardi di abitanti oggi, potenzialmente oltre 2,5 miliardi entro il 2050. Significa un’umanità giovane, dinamica, con una forza lavoro in espansione che potrebbe trasformare l’Africa in una delle principali locomotive dell’economia globale. Ma questo potenziale rischia di rimanere inespresso senza investimenti massicci in istruzione, tecnologie, infrastrutture, reti elettriche, acqua ed energia rinnovabile. Ed è proprio qui che si innesta la responsabilità dei partner internazionali.
Nonostante i progressi, le criticità restano pesanti. Oggi quasi la metà della popolazione dell’Africa subsahariana non ha accesso all’elettricità. Dei 666 milioni di persone senza energia nel mondo, l’85% vive nell’Africa subsahariana. Una condizione che ostacola crescita, salute, competitività e sviluppo sociale. La World Bank e la Banca Africana di Sviluppo hanno lanciato la Mission 300 per portare elettricità a 300 milioni di africani entro il 2030, mobilitando fino a 90 miliardi di dollari. Ma la sfida è tale da richiedere un impegno congiunto tra istituzioni, settore privato e partner globali, tra cui l’Italia.
La digitalizzazione rappresenta un altro pilastro della trasformazione africana. Se soltanto il 38% del continente ha accesso a Internet, il mobile è invece un motore già avviato: oltre 520 milioni di abbonati nella sola Africa subsahariana. Il mobile money, poi, è un’innovazione che ha rivoluzionato la vita di milioni di persone, soprattutto dove le infrastrutture bancarie tradizionali sono deboli o assenti. Con più di un miliardo di conti registrati nel 2024, l’Africa detiene oltre metà del totale mondiale. Nel 2023 il mobile money ha contribuito per circa 190 miliardi di dollari al Pil dell’area. Una rivoluzione silenziosa ma decisiva, che favorisce pagamenti digitali, risparmio, microcredito e imprenditorialità.
Allo stesso tempo, il mercato interno africano, sostenuto dall’AfCFTA — l’area di libero scambio continentale — sta iniziando a consolidarsi. Dal 2022 è attiva una Guided Trade Initiative che facilita gli scambi tra quasi 40 Paesi. Nel 2024 il commercio intra-africano ha raggiunto 220 miliardi di dollari, con un aumento del 12% rispetto all’anno precedente. Un progresso ancora insufficiente se confrontato con Asia o Europa, ma un segnale evidente della direzione intrapresa.
In questo scenario, il contributo italiano può diventare decisivo. L’Italia importa il 75% della propria energia e l’Unione Europea oltre l’80% delle materie prime critiche. Avere nuove rotte e nuovi partner in Africa, India e Medio Oriente significa rafforzare la resilienza energetica e industriale dell’intero continente europeo. Il Piano Mattei punta proprio a questo: coniugare cooperazione, infrastrutture energetiche e sviluppo sostenibile, valorizzando la presenza italiana in Paesi chiave del Nord Africa e dell’Africa occidentale. Investimenti in solare, idrogeno verde, corridoi elettrici e startup tecnologiche rappresentano i campi in cui il nostro Paese può eccellere.
Ma l’Italia può svolgere un ruolo ancora più ampio: essere il punto di convergenza tra il dinamismo africano, la crescita indiana e le risorse del Medio Oriente. Una cabina di regia unitaria per Imec e Piano Mattei — come suggerito in diverse analisi — permetterebbe un coordinamento più rapido ed efficace. Una tale struttura potrebbe allineare diplomazia economica, investimenti pubblici, settore privato e risorse europee del Global Gateway. L’obiettivo non è solo definire strategie, ma renderle operative: cantieri, porti, interporti, reti energetiche e progetti industriali devono diventare la sostanza del nuovo protagonismo italiano.
Il successo di questa visione dipende però dalla capacità di agire su più livelli contemporaneamente. Sul piano politico serve continuità, coerenza e una proiezione esterna capace di guardare oltre i confini europei. Sul piano economico occorre sostenere le imprese italiane che operano in Africa e nel Medio Oriente, facilitare la partecipazione a bandi internazionali, promuovere joint venture e piattaforme tecnologiche. Sul piano culturale è fondamentale rilanciare i programmi di formazione, interscambio universitario e cooperazione scientifica.
Solo in questo modo l’Italia potrà diventare non un osservatore ma un protagonista dell’ordine multipolare in costruzione. Il nostro Paese ha già gli strumenti: un Mediterraneo che torna centrale, porti che dialogano con l’Indo-Pacifico, e una tradizione diplomatica che favorisce il dialogo tra Nord e Sud. L’Imec e il Piano Mattei, se integrati con visione strategica, possono rappresentare la struttura portante di questo nuovo protagonismo.
L’Africa, diceva Plinio il Vecchio, «porta sempre qualcosa di nuovo». Il compito dell’Italia oggi è cogliere questo nuovo, sostenerlo e trasformarlo in sviluppo condiviso. Il Mediterraneo allargato non è più solo la porta di ingresso verso tre continenti, ma il cuore di un sistema globale che guarda al futuro. Ed è su questo futuro che Roma può e deve costruire la sua nuova centralità.





