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Il nuovo numero di Storia in Rete con un dossier sui golpe italiani (veri e presunti)

di Fabio Andriola
7 Dicembre 2025
in Libri&LIBERI
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Il nuovo numero di Storia in Rete con un dossier sui golpe italiani (veri e presunti)
       

Non c’è stato bisogno dell’avvento della rivoluzione digitale(l’Intelligenza Artificiale è solo l’ultimo stadio, per ora…) per vedere il Virtuale prevalere sul Reale. In ambito storico, ad esempio, accade da tempo immemore e, ovviamente, non solo in Italia. Ma noi ci mettiamo un impegno speciale specie su un “argomento specifico”: mi ha sempre colpito il fatto che a inizio anni Ottanta, Renzo De Felice – uno storico tanto importante quanto messo oggi da parte, e non a caso – lamentasse la distanza crescente che già allora si registrava tra quelle che a proposito del Fascismo erano le acquisizioni storiografiche e la “vulgata”, cioè il surrogato distorto o semplificato di nozioni storiche che, con l’attivo concorso dei media, si impone nella narrazione pubblica.

Poche settimane fa le esternazioni del generale/onorevole Vannacci hanno scatenato le solite polemiche su delle ovvietà dette male (ci vorrebbe una legge che imponga ai politici dall’astenersi dal parlare di storia) cui son seguite, in questi giorni, quelle seguite alle proteste per la presenza alla fiera libraria Più Libri, Più Liberi della casa editrice Passaggio al Bosco con i suoi libri politicamente scorretti. Una valutazione politico-culturale che ovviamente vien fatta soprattutto in base ai dogmi della vulgata. E’ evidente che, a rigor di logica, alcune delle arzigogolate considerazioni che si son lette in questi giorni sulla legittimità, anche da parte di chi si professa “liberale”, di sostenere azioni di censura, cadrebbero miseramente se si desse una interpretazione più laica, meno ideologizzata dei testi e degli autori che si condannano. Questo non vuol dire che uno si debba per forza far piacere certi personaggi o argomenti. Tuttavia, in genere parlare con cognizione di causa può aiutare…

Secondo uno stra-citato Nanni Moretti «le parole sono importanti» e infatti, tutto sta lì: nell’uso delle parole il cui senso non andrebbe distorto più di tanto. E invece, come recentemente ha osservato uno studioso di livello come Marco Tarchi, docente di Scienza politica all’Università di Firenze «la chiave di comprensione di questo fenomeno risiede, come è evidente, nel significato distorto e strumentale che al termine fascismo viene attribuito da chi quotidianamente orchestra questo revival. Sottratta a qualsiasi riferimento al contesto storico che ne consentì e favorì la nascita, la parola è ridotta a sinonimo di un catalogo di aberrazioni – violenza sistematica, sopraffazione, intolleranza, discriminazione, intimidazione, arbitrio, repressione del dissenso, odio, disprezzo delle altrui opinioni – che ne fanno un semplice sinonimo del Male. O, per dirla con le versioni più intellettualizzate, da Umberto Eco a Michela Murgia ai vari imitatori stranieri, del Male assoluto, metafisico».

Insomma, il Passato condiziona continuamente il nostro quotidiano: lo farebbe comunque ma il distorcere costantemente il senso delle cose e dei fatti gli facilita enormemente il compito. Per impostare il nuovo numero degli Speciali di Storia In Rete in edicola da questa settimana mi sono ispirato proprio a questa idea e l’ho applicata ad un aspetto particolare della storia d’Italia: il ricorrente fantasma del Colpo di Stato. Il titolo di copertina è infatti “Golpe d’Italia” e il dossier di oltre 70 pagine è dedicato ai diversi tentativi di sovvertire o condizionare le istituzioni e la vita politica nazionale nel corso del Novecento. Tentativi, va detto, non tutti della stessa portata: infatti emerge chiaramente che una cosa è temere, immaginare o sperare che qualcuno progetti un colpo di stato, altra cosa è che il piano abbia effettivamente un minimo di concretezza. Va però anche aggiunto che spesso, esperienza insegna, per influire sulla vita politica è bastato che del “golpe” si sussurrasse per ottenere comunque risultati concreti.

Ma quanti tipi di colpo di Stato ci possono essere? Istintivamente si va verso scenari “cileni” con i militari all’assalto del Palazzo presidenziale in fiamme, con altri militari che prendono possesso di televisione di Stato, di centri nevralgici vari e arrestano i principali avversari politici. È quello che è accaduto in Cile nel settembre 1973 quando i militari guidati dal generale Augusto Pinochet rovesciarono il presidente Salvador Allende secondo un copione visto, prima e dopo, molte volte un po’ ovunque nel mondo (in un suo recente libro sull’Africa – Africani brava gente, Paesi edizioni – Matteo Giusti ne ha contati nel solo Continente Nero oltre 200 dal 1960 ad oggi). In Italia non è mai avvenuto nulla di simile con la sola, parzialissima, eccezione di quanto accadde in occasione del cosiddetto “Golpe Borghese” nel dicembre 1970 quando, in effetti, un gruppo di armati entrò in uno dei gangli vitali della nazione – il Viminale, sede del ministero dell’Interno – ma senza colpo ferire e per poi uscirne dopo poco come se nulla fosse.

L’ “eccezionalismo” italiano si conferma quindi anche in questo campo: non solo abbiamo temuto colpi di Stato forse più del dovuto ma abbiamo spacciato per golpe, in alcuni casi, azioni che non lo volevano o lo potevano essere mentre abbiamo fatto finta che non lo fossero azioni profondamente destabilizzatrici. E questo anche perché da noi i militari, statisticamente protagonisti d’elezione dei colpi di Stato, non si sono mai distinti in attività cospirative, nonostante qualche ricorrente sospetto. In un lungo articolo introduttivo al dossier, scritto per Storia In Rete poco prima della sua morte, uno spirito critico e acuto come Giano Accame ha sottolineato proprio questo aspetto: «Nel secolo scorso in Italia abbiamo avuto un solo governo militare, quello del maresciallo Pietro Badoglio, che nell’estate 1943 ebbe il non facile compito di concludere un armistizio con gli angloamericani sbarcati nel nostro Paese e di pilotare il ritorno alla democrazia dopo la ventennale dittatura fascista. Un militare in pensione, ultrasettantenne, chiamato dal Re in una fase di drammatica confusione e collasso del precedente assetto politico, per un governo che si potrebbe definire di transizione armata alla democrazia. Ma la gestione dell’8 settembre 1943 con la fuga da Roma a Brindisi lasciando le forze armate senza direttive chiare fu così disastrosa da far addirittura parlare a proposito di quegli eventi di “morte della Patria”. È comprensibile che quel precedente abbia vaccinato l’Italia da ogni seria possibilità di ritorno dei militari in politica. Manca da allora nei militari italiani un sia pur minimo senso di legittimazione patriottica a questo genere di interventi, anche se per capirlo sia tra loro stessi, sia da chi li corteggiava e da chi li temeva c’è voluto del tempo. Non è che manchino di coraggio, ma non ne hanno più per queste cose. Sono, ben più che in altri paesi, lealisti».

Nella galleria dei golpe «tentati, temuti, immaginati…» del nuovo fascicolo degli Speciali di Storia In Rete non a caso si stenta ad incontrare militari mentre abbondano politici e finanzieri. Si inizia infatti con il maggio 1915 quando il potere politico e un sovrano acquiescente – Vittorio Emanuele III – decisero l’entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale esautorando di fatto il Parlamento: come ricorda Aldo Mola nel suo articolo su “Tutti i golpe del Re” «l’intervento non fu un colpo di Stato del Re. Giolitti lo definì “colpo di governo”…». E’ la prima di una lunga serie di “forzature” che possono essere solo in parte e con una certa fantasia accostate ad un vero e proprio colpo di Stato. Sono quelle “forzature” ad aver però caratterizzato la storia italiana: così è stato anche per l’avvento del Fascismo con la la Marcia su Roma dell’ottobre 1922. Recentemente, il generale Roberto Vannacci – ora in quota Lega al Parlamento europeo – ha definito la Marcia su Roma «poco più di una manifestazione di piazza», una definizione che non sarebbe piaciuta neanche ai fascisti. A ben vedere però, la Marcia su Roma – che fu sicuramente una dimostrazione di forza da parte del Fascismo e un evidente elemento di pressione sul Sovrano e sulla politica – non può essere certo definita un “Colpo di Stato” e, nonostante le tante uscite indignate che quasi mai sono entrate nel merito, nessuno ha potuto negarlo davvero. Al punto che anche la schieratissima direttrice dello schieratissimo Micromega, Cinzia Sciuto, dopo un intervento appassionato anti vannacciano ha però concluso così: «Dobbiamo però riconoscere che Vannacci su un punto ha ragione: il fascismo prese il potere nel rispetto delle leggi e a lungo governò nel rispetto formale delle norme in vigore. E questo deve metterci ancora di più in guardia perché mostra che i regimi autoritari si possono instaurare anche nel formale rispetto della legalità».

Insomma, il 28 ottobre 1922 ci fu una “forzatura” ma non un golpe. Idem per il 25 luglio 1943 quando sempre Vittorio Emanuele III destituì Mussolini nel pieno esercizio delle sue prerogative e senza che nessuno fiatasse sulla legittimità di quell’atto. Casomai, bisognerebbe capire perché il sovrano cambiò idea rispetto a quanto aveva concordato poco prima col Duce, ma questa è un’altra questione (che ho approfondito qualche mese fa in una puntata di È la Storia Bellezza). E sicuramente fu una forzatura in piena regola quella messa in atto, nel giugno 1946, dal Governo De Gasperi per vincere le resistenze di Umberto II dopo i controversi risultati del referendum istituzionale del 2 giugno. Un tema che affronta Aldo G. Ricci nel suo articolo dove ricorda le indignate parole del sovrano prima di andare in volontario esilio: a suo giudizio il governo aveva compiuto «un gesto rivoluzionario, assumendo con atto unilaterale e arbitrario poteri che non gli spettano». In anni successivi si è gridato al golpe per molto meno

Entriamo quindi nella travagliata storia repubblicana dove spesso, a torto o a ragione, si son sentite “tintinnar le sciabole” per usare un’espressione del leader socialista Pietro Nenni proprio a proposito del Piano Solo, predisposto dal generale Giovanni De Lorenzo. Ne parla, in un lungo articolo scritto appositamente per questo numero degli Speciali di Storia In Rete, il professor Giuseppe Pardini che ha consultato vari documenti che provano il non ingenuo qui pro quo che ha fatto di un piano di pubblica sicurezza, preparato per fronteggiare eventuali moti di piazza, un disegno golpista. Un “equivoco” destinato a durare nel tempo, pompato dalla stampa (celebre lo scoop-bufala de L’Espresso del 1967, firmato da Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi) e sostenuto da un Partito Comunista che aveva ogni interesse ad accreditarsi come “vittima” predestinata e al tempo stesso baluardo delle libertà democratiche costantemente sotto minaccia da parte delle forze conservatrici e atlantiste. In realtà, rivela Pardini, il Partito Comunista aveva interesse a delegittimare il generale De Lorenzo che, a capo del SIFAR (il servizio segreto militare), aveva osservato un po’ troppo da vicino le trame occulte tra comunisti italiani e blocco sovietico: «La vicenda ebbe un indubbio carattere strumentale – scrive Pardini – sia perché concomitante con le elezioni legislative del 1968, sia perché l’attacco frontale all’intelligence e al suo già massimo responsabile lasciava presagire la possibilità di rivedere l’autonomia dell’ottimo servizio di informazioni e del conseguente suo ridimensionamento. Erano interessati a questa ipotesi sia il Pci (e i suoi alleati), visto che il Sifar aveva redatto una mappatura completa dei maggiori attivisti, sabotatori e informatori comunisti (e ciò rientrava pienamente nei compiti istituzionali del servizio, quale attività di controspionaggio contro le “quinte colonne” interne, contro i sostenitori di una potenza estera, nemica dello Stato italiano e delle legittime alleanze internazionali), ma anche i servizi stranieri, che non mancarono di soffiare sul fuoco, fornendo informazioni e indicazioni utili alla bisogna

Gran parte delle vicende italiane, dal secondo dopoguerra alla fine degli anni Ottanta, vanno lette nell’ottica della Guerra Fredda: i grandi blocchi che si confrontavano a livello globale avevano anche in Italia i loro terminali, ufficiali e ufficiosi. E ridurre tutto, come al solito, ad una lotta tra il Bene (le forze progressiste a cui si voleva per forza “impedire” di accedere al governo, anche se erano e son sempre state minoritarie pur avendo un peso specifico non indifferente) e il Male (cioè i conservatori, i moderati, gli atlantisti) non fa un buon servizio alla verità storica. Entrambi gli schieramenti hanno avuto ingenti finanziamenti da stati esteri, hanno avuto proprie organizzazioni paramilitari, hanno sostenuto reti spionistiche estere attive nel territorio nazionale, hanno provato a mettere in ogni modo alle corde la controparte. In questo hanno giocato un ruolo i giornali, gli intellettuali, gli estremisti di destra e sinistra, i servizi (italiani e stranieri), la magistratura e, ovviamente la politica. Il diverso dosaggio di tutti questi elementi rende unico ogni episodio e complica il lavoro di ricerca. Spesso ci si deve fermare davanti a punti interrogativi ancora troppo grandi come nel caso del “Golpe Borghese”, l’unico caso in cui in effetti i fatti hanno fatto seguito, almeno per un po’, alle parole. La notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 uomini armati si mossero per mettere in atto un “colpo di stato anticomunista” sotto la direzione del principe Junio Valerio Borghese, ex comandante della X Mas durante la Guerra Civile, e negli anni Sessanta leader del movimento politico Fronte Nazionale. In un suo documentatissimo articolo scritto per gli Speciali di Storia In Rete, il giornalista d’inchiesta Gian Paolo Pelizzaro cita documenti inediti che dimostrano che le intenzioni di Borghese erano, nella migliore tradizione romana, sulla bocca di tutti. Ne erano a conoscenza non solo vari ambienti politici ma anche – anzi soprattutto – gli americani che Borghese si premurò di avvertire preventivamente con vari mesi di anticipo. Incassò, pare, un tiepido invito “a non fare nulla”. Forse troppo tiepido per scoraggiarlo. E così l’operazione “Tora Tora” partì come previsto e per qualche ora si andò avanti con i piani. Come è noto, alcuni uomini entrarono indisturbati anche al Viminale e arrivarono fino all’armeria del ministero. Poi, in piena notte, arrivò il contrordine: una curiosa frase – «Non stasera, Giuseppina» – il cui senso resta un mistero ancora oggi al pari dei molti altri enigmi di quella notte. Chi fermò davvero Borghese? E perché? E’ ovvio che derubricare il Golpe Borghese ad una sola azione “fascista” significa non volerne vedere la complessità. Per molte settimane ufficialmente nessuno sembrò essersi accorto di nulla, poi un rapporto dell’Ufficio Politico della Questura di Roma finì, “sicuramente” per caso, alla redazione del quotidiano filo-comunista Paese Sera (finanziato da Mosca ricorda Pelizzaro) e la vicenda divenne di dominio pubblico anche se nessuno è riuscito a chiarirla definitivamente. Anche per l’ostinato silenzio di Borghese che, fuggito in Spagna, è morto poco dopo.

In questo come in molti altri casi ha finito per prevalere, anche grazie ad un efficace lavoro della stampa, una impostazione di parte. Come ricorda Pardini a proposito del Piano Solo e dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta che indagò sui fatti «la Commissione concluse i suoi lavori il 15 dicembre del 1970, dopo oltre un anno e mezzo di lavoro, producendo una corposa relazione di maggioranza e altre quattro relazioni di minoranza (addirittura tre delle quali erano espressione della destra parlamentare: una era liberale, una missina e una, infine, monarchica, direttamente ispirata dallo stesso de Lorenzo, nel frattempo divenuto deputato per il Partito democratico di unità monarchica proprio nelle elezioni del ‘68), delle quali tuttavia solo quella comunista ebbe maggiore fortuna nel campo della pubblicistica e politico e che – nonostante evidenti limiti che non reggeranno poi alla prova del tempo e della desecretazione dei documenti – è rimasta alla base della lettura prettamente ideologica dei fatti».

Lungo gli anni Settanta si snoda una lunga teoria di “ipotesi di golpe”: c’è il fantomatico “golpe bianco” attribuito a due ex antifascisti di vaglia – ma non comunisti – come la medaglia d’oro Edgardo Sogno e Randolfo Pacciardi,leader repubblicano ed ex ministro della Difesa (ne parla Emanuele Di Muro). Un progetto abbastanza fumoso, indefinito e comunque allo stato embrionale che però, grazie alla solita abbinata magistratura-stampa, assurse al livello di un colpo di stato imminente. Sempre a metà anni Settanta ci sarebbero state pure oscure manovre inglesi per favorire un cambio di governo in Italia; e, in fondo, il Caso Moro non fu anche quello un tentativo – riuscito – di ridisegnare equilibri politici in chiave atlantica? Poi c’è il fantasma della loggia massonica P2 che avrebbe messo mano in quasi tutti gli intrighi di quegli anni anche se il 27 marzo 1996 la Corte di Assise di Roma ha assolto il suo Maestro Venerabile, Licio Gelli, dall’accusa di “cospirazione politica”. Ma quando quella sentenza arrivò già molte cose erano cambiate e per molti versi Gelli e i suoi appartenevano ormai ad un mondo che non c’era più. Sostituito da una scenario diverso, questo sì capace di fare dei veri e propri colpi di Stato…

La grande mutazione incrocia gli anni finali della Guerra Fredda. La paura di generali ed eversori vari scema e fa posto ai nuovi “golpisti”, più silenziosi ed efficienti: gli uomini della finanza. Il Muro di Berlino cade nel novembre 1989 ma è del 1981 il primo scossone destinato a rimodellare davvero la struttura politico-economica dell’Italia nel quadro di uno scenario internazionale a sua volta in evoluzione. In una lunga intervista ad Emanuele Mastrangelo, Antonino Galloni, economista e dirigente di Stato, spiega dettagliatamente come si decise a tavolino lo smantellamento dell’economia mista pubblico-privato che aveva caratterizzato – specie attraverso l’esperienza dell’IRI – l’economia italiana portandola (nonostante le incertezze politiche) al livello delle grandi potenze mondiali. Il primo passo fu il “divorzio” tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro (regista l’allora ministro Beniamino Andreatta), una divisione che consegnava le chiavi della politica economica alle banche sottraendola in buona parte alla politica.

Era la premessa alle privatizzazioni ossia la campagna di svendita dei gioielli dell’economia italiana iniziata negli anni seguenti e accelerata dallo scandalo di Tangentopoli, il più clamoroso esempio di cambio di classe dirigente e di equilibri politici avvenuto in Italia (e forse non solo) ad opera non di militari o rivoluzionari ma dell’incrocio tra inchieste giudiziarie e campagne di stampa. Un copione perfetto (raccontato da Alessandro Caprettini) che porta a quella che Accame ha definito la “bancarizzazione” del governo con gli esecutivi (infarciti di economisti e banchieri) guidati dal 1993 in poi da Carlo Azeglio Ciampi e poi da Lamberto Dini, due ex Bankitalia. Una fase interrotta dall’esperienza berlusconiana contrastata da un altro “uomo dell’economia” molto vicino ad Andreatta: Romano Prodi. E proprio contro Silvio Berlusconi, nell’estate-autunno 2011, si verifica l’ultimo “golpe”, ricostruito da Pietro Romano. Un mix di pressioni politiche e finanziarie che ebbero tra i protagonisti anche alcuni leader europei e l’allora presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi mentre la sponda italiana vide in prima linea il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano spalleggiato da Mario Monti, docente della Bocconi, consulente della banca d’affari Goldman Sachs e successore designato di Berlusconi. Quello che è venuto dopo, in questi ultimi 14 anni, forse non può essere ancora affrontato con gli occhi della Storia. Ma una rapida occhiata fa venire comunque il sospetto che tra governi tecnici, di emergenza e con scarsa legittimità elettorale, gli “scossoni” e le “forzature” non siano mancate anche dopo il tramonto di Berlusconi.

Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/

Tags: democraziaforze armategolpe borghesestoriaStoria in rete
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