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Il racconto/ La crociera

di Eugenio Pasquinucci
22 Novembre 2014
in Home
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Il racconto/ La crociera
       

Guardava il mare Cristina, una sconfinata distesa di blu di Prussia, ma il pensiero continuava a riavvolgersi sulla stessa idea.  Dopo cinque anni di convivenza con Piero, due settimane fa gli aveva rivolto la domanda che da mesi era lì, pronta per essere pronunciata, ma non aveva avuto il coraggio di fare. Poi improvvisamente una sera, a cena, forse per effetto di un buon bicchiere di rosso, era uscita da sola , scivolata via :”voglio fare un figlio con te “. Non ci fu risposta, se non un mezzo sorriso stirato, un guardare da un’altra parte,  una pausa con raschiamento di voce. Fu tutto molto eloquente.

Così quando la sua amica più cara, Liliana, le chiese di andare con lei in crociera, un’offerta da last minute, non seppe dire di no e si fece trascinare in questa vacanza.

Ora era lì, appoggiata sulla balaustra  di un ponte della nave e cattivi pensieri agitavano la sua mente. Ma non aveva il coraggio, si sentiva così vuota che non avrebbe neanche avuto la forza per farlo.

Quella sera continuava a rivivere nella sua immaginazione, ma non era pentita di quanto aveva fatto, solo delusa, molto delusa del comportamento dell’uomo a cui aveva affidato il suo destino.

La sua vita aveva perso ogni significato, perché andare avanti ?

Intanto Merhawit  era seduta sul barcone, bloccata ai due lati dai fianchi di altre due donne, l’odore acre dell’urina che saliva dal fondo serviva a non assopirla completamente, lo spirito di sopravvivenza le imponeva di non pensare, di tenere gli occhi chiusi,  occorreva risparmiare energie fino all’ultimo.

Ma quale ultimo? Già era sembrato un grande traguardo attraversare il deserto, chi l’avrebbe mai detto che ce l’avrebbe fatta, poi era riuscita a sopravvivere per un lungo mese in un campo in Libia, venduta e comprata da mercanti d’uomini locali, ed infine era su un barcone alla deriva e non si vedeva nulla se non mare.

Tutto perché suo fratello le aveva scritto da un emirato arabo supplicandola di non raggiungerlo.

“Siamo schiavi quaggiù, dormiamo  e viviamo in mezzo al deserto  stipati in un container,  noi eritrei con alcuni nepalesi ed una ventina di pakistani. Ci trattano come bestie , non abbiamo alcuna tutela, siamo carne da macello.

Oggi qui ci fanno costruire  grattacieli sempre più alti, enormi stadi , opere architettoniche immense, che sorgono  grazie al lavoro di tanti poveracci come me. Niente di diverso da come sono state edificate le piramidi egizie, i palazzi dei maharaja;  sono passati i secoli ma poco è cambiato.

Ricordati che i grandi mercanti di schiavi sono sempre stati arabi che compravano dai capi tribù africani i loro prigionieri. I bianchi acquistavano poi  “il prodotto finito”.

Ti supplico, non raggiungermi, ci sono anche predoni tagliagole  nel deserto del  Sinai.”

Ma Merhawit  non poteva restare nel suo paese e  suo padre , un ex funzionario statale, le aveva lasciato una piccola somma. Cominciò a pensare all’Italia.

Un giorno il nonno le aveva raccontato di quando arrivarono gli Italiani in Eritrea, nel secolo scorso, e di come abolirono subito la schiavitù, cosa che nessuno  aveva mai fatto prima. Le aveva spiegato, infervorandosi, che questi erano bianchi diversi dagli altri, che lavoravano fianco a fianco con noi eritrei, che si toglievano al sole la loro camicia nera ed a torso nudo come noi spaccavano le pietre con il piccone, usavano le pale per scavare pozzi, e costruivano strade, stazioni, palazzi, scuole e chiese.

Merhawit aveva trovato al mercato  alcuni vecchi libri usati scritti in italiano, ed aveva iniziato su quei testi a studiare storia e geografia.

Sognava la Torre di Pisa, quella un po’ storta, e le rovine di Roma, che non aveva capito se era una città morta o meno. Come facevano ad esserci  le rovine se poi ci viveva il Papa?

Ed ora era lì , in mezzo al mare, sballottata dalle onde, quando improvvisamente sentì un refolo d’aria  e l’attenuarsi del picchiare del sole.

Aprì con fatica gli occhi e vide un’immensa casa nell’acqua, con tanti balconi e tanta gente che la guardava. Pensò di sognare ma la voce di alcuni uomini la destò, vide alcuni fagotti venire lanciati su un’altra barca più grande e più bella, erano i bambini  imbarcati con lei, soccorsi per primi.

Poi qualcuno con un braccio vigoroso la sorresse e la portò prima sulla barca più bella, poi su quella grande nave.

Le ossessioni di Cristina vennero improvvisamente interrotte dal gracchiare dell’altoparlante, non capì nulla di quanto venne detto, ma quando mai si capisce?

Tanti crocieristi si erano affollati accanto a lei, tutti guardavano più in basso, verso quel barcone affiancato da una lancia della guardia costiera italiana.

Alcune donne scure, avvolte in coperte dorate, salirono la scaletta, sorrette dai marinai della Costa Pacifica.

Una di esse guardò Cristina con degli occhi grandi, fissi, che volevano sorridere, ma erano troppo stanchi.

Cristina non dimenticò più quel sorriso, che diventò suo.

 

P.s. un grazie a Leila e Asmaret per le testimonianze ed i consigli.

Merhawit, nella realtà, non ce l’ha fatta.

 

Tags: AfricacrociereEritreaLibiaMediterraneotrasporti marittimi
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