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Home Penna Pellicola Palco

Io e il capitano Achab. Un romanzo dove il mare è vita

di bandolo della matassa
16 Maggio 2026
in Penna Pellicola Palco
0
Io e il capitano Achab. Un romanzo dove il mare è vita
       

Un viaggio che non ha approdo ma distanze vicinanze percorsi. Leggere Pierfranco Bruni significa entrare in un territorio dove la letteratura smette di raccontare per cominciare a evocare. Metafore al centro del suo scrivere.

“Io e il capitano Achab”, uscito per Solfanelli nella collana Gli Alianti, 86 pagine, 9 euro, è un libro che sfugge alle definizioni. Racconto? Diario? Romanzo breve? Sarà il lettore a decidere. E in questa indecisione sta già la prima cifra dell’opera: Bruni non scrive per chiudere, scrive per aprire varchi. 

Il capitano perde la monomania della balena bianca e guadagna una carne più ambigua, ironica, terrestre. È un Achab che conta i mesi guardando la luna e sentendo l’odore del mare. Frequenta bordelli e case di scommesse, beve grappa e caffè amaro in bettole adiacenti al porto. Corteggia belle donne ed è quasi sempre corrisposto. La gamba strappata da Moby Dick resta, ma non è più solo ferita: è la memoria di un conto aperto con il destino.

Bruni lo strappa a Melville e lo porta nella sua mitologia personale, fatta di Mediterraneo, sciamanesimo e metafisica. Questo Achab legge la Bibbia, come fa Robinson Crusoè, ma la legge con il naso, annusando il sale. È scontroso, ironico, sa stare al gioco. E soprattutto riflette: «Alla mia età la bellezza non si cerca. È il fato che si intromette per cercare di sconfiggere il tempo».

Il cuore del libro è qui. Potrà mai essere sconfitto il tempo? Bruni risponde con la sua antica ossessione: scrivere è un modo per attraversarlo, sognare è un modo per rivivere la vita. Ma Achab non può essere ognuno di noi, perché Achab è soltanto Achab. Lo scrittore inventa sé stesso e si reinventa ogniqualvolta scrive. 

È il nodo che Bruni insegue nella sua scrittura: il legame tra letteratura, antropologia religiosa e mondo sciamanico. Il mare non è scenario. È oracolo. La balena bianca non è preda. È la forma che prende l’inafferrabile quando l’uomo osa guardarlo.

Bruni, già direttore archeologo presso il Ministero della Cultura e due volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura, scrive con una prosa che è insieme scavo e incantesimo. Il suo stile analitico gli permette visioni inedite su tematiche letterarie, filosofiche e metafisiche. Vive la letteratura come modello di antropologia religiosa, e qui si sente. Ogni frase sembra tagliata con il coltello, ma ogni taglio apre una liturgia.

La copertina di Marica Caramia introduce già al rito: Achab non è più solo il capitano furente. È un uomo che ha fatto i conti con l’imprevisto, con l’agguato, con la maledizione. E ha scoperto che le maledizioni non si sconfiggono con la pazienza della preghiera. Serve altro.

Perché “Io e il capitano Achab” non riscrive Melville. Lo interroga. Lo piega al Mediterraneo, lo contamina di bettole e Bibbia, di luna e di fato. Perché Bruni ci ricorda che ci sono personaggi che diventano metafore e che si scrive anche per evitare di avere incubi di notte.

È un libro breve, 86 pagine, ma denso come un poema. Non racconta una storia. Evoca un destino. E nel farlo ci dice che il viaggio, quello vero, non ha mappe. Ha solo ferite aperte. E che forse, alla fine, Achab siamo noi quando smettiamo di cercare la bellezza e lasciamo che sia il fato a cercarci. Un romanzo di destini, dunque.

Pierfranco Bruni, “Io e il capitano Achab”, Solfanelli. Pp. 86, 9 euro,

Tags: MarePierfranco BruniSolfanelli editore
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