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Home Il punto

La Storia non fa la siesta. L’Italia preferisce russare

di Piero Visani
9 Gennaio 2020
in Il punto
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Uscita dalla storia nel 1945, per le note vicende belliche, e mai più rientratavi per le scelte politico-culturali delle sue classi dirigenti, l’Italia ha ritenuto per decenni che la sua fosse una condizione privilegiata e immutabile, ha sviluppato una cultura ad hoc, quella dell’eterna vacanza (intesa nel significato originale di “assenza”) da tutto e da tutti, e ha ritenuto che ciò potesse giovarle moltissimo.        

Il risultato dell’Italia è oggi del tutto analogo a quello dell’Alitalia: è talmente disastrata, sotto tutti i punti di vista, che non solo non interessa più ad alcuno, ma nessuno la vuole neppure comprare, visto che nessun acquirente ha ambizioni di farsi carico di un cumulo di debiti e di una solida categoria di nullafacenti. Quanto alla politica estera, la logica dell'”uno vale uno” ha portato a diventare il titolare di quel fondamentale dicastero un “politico” che – come emerge da un gustoso ritrattino dedicatogli da Mattia Feltri su “La Stampa” – ritiene che le vendite di parmigiano reggiano siano più importanti delle scelte fondamentali di politica internazionale e che, richiesto dalla dirigenza di Tripoli di fornire armi e sostegno politico-militare, spera di potersela cavare fornendo qualche stantia frase di solidarietà, per cui al nostro posto arriva subito la Turchia (adeguatamente fornita di quanto richiesto da al-Sarraj).        

La scelta – certo non solo dei 5 stelle, ma della quasi totalità dell’Italia repubblicana – di uscire dalla storia per sempre ci ha portato allo “zero vale zero”, che è il nostro valore attuale, non spendibile ovviamente su alcun mercato. Il mondo resta e resterà quello che è sempre stato: un posto dove contano il peso politico, la potenza militare, i fatti concreti e non le belle parole. Parafrasando Battiato, “il giorno del giudizio” – che si avvicina a grandi passi, perché la Storia non è finita, anzi sta accelerando – “non [vi] servirà il politichese”. Il destino dei deboli – e noi lo siamo, ancor più culturalmente che economicamente o politicamente – è il servaggio. Eccoci.

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