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Lucio Caracciolo/ Lo schianto dell’impero americano

di Redazione
8 Giugno 2026
in Rassegna Stampa
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Lucio Caracciolo/ Lo schianto dell’impero americano
       

L’America va veloce. Considerata fino allo scadere dell’Ottocento sede disagiata dalle diplomazie europee, Washington impiegò nemmeno mezzo secolo — dal 1898, guerra ispano-americana per Cuba e le Filippine, al 1945, trionfo su Germania, Giappone e Italia — per affermarsi prima potenza al mondo in contrapposizione/cogestione con l’impero sovietico. Quasi altrettanto, fino al 1991, per stabilirsi superpotenza unica o Nuova Roma grazie al suicidio dell’Urss. Appena un trentennio — ritiro dall’Afghanistan nel 2021 — per accorgersi di non potere né volere assumersi costi e responsabilità che derivano da tanto disumano privilegio.

Al bivio tra repubblica nazionale e impero universale l’asino di Buridano a stelle e strisce ha esitato troppo a lungo, esaurendosi nello sforzo di conciliare gli opposti. Di qui la crisi di identità che sta devastando nazione e repubblica mentre segna la fine dell’egemonia planetaria Usa.

Questo non è declino, è schianto. Pessima notizia per chi come noi sotto quel tetto si è riparato e ora lo vede spazzato via dal cedimento strutturale dell’impero. Mai dichiarato per incompatibilità con la mentalità dello yankee medio. Educato a sentirsi erede di una rivoluzione anticoloniale, cresciuto in una cultura che infliggeva al lemma empire uno stigma negativo — e-word, parolaccia, nella prospettiva repubblicana dei Fondatori.

Quando gli storici disporranno della distanza sufficiente per interpretare la traiettoria degli Stati Uniti potremo meglio cogliere le diverse ragioni della vertiginosa perdita di potenza del fu Numero Uno. Ieri riferimento assoluto di amici e nemici. Oggi depresso e inaffidabile. Un grado di ansia per il crollo Usa è percepibile persino a Pechino. Xi Jinping teme che le rovine dell’impero americano lo intrappolino in impegni insopportabili.

Nessuno si illude che l’autoaffondamento dell’America possa amministrarsi in pace. Al meglio, si tratta di evitare che la somma dei conflitti in espansione sfoci nell’ultima guerra mondiale combattuta con armi definitive. Al peggio, quel conflitto sarà combattuto non con ma da armi autonome, agite da algoritmi in rivolta contro i loro arroganti padroni.

L’impero americano è crollato perché non era impero. La contraddizione in termini è voluta. Per marcare che dell’impero gli Stati Uniti avevano tutto, salvo cultura e limes.

Cultura intesa vocazione a regere imperio populos, come da celeberrimo memento virgiliano (Eneide, VI, 851). Ad accollarsi il britannico fardello dell’uomo bianco o perseguire la missione civilizzatrice del positivismo laicista francese. Come convincere una sempre più eterogenea popolazione, composta da americani che non riconoscono in altri americani degli americani, ad americanizzare il mondo?

Limes inteso limite del territorio imperiale. Ogni impero ha confini. Mobili, talvolta informali, ma effettivi. E si dota di rappresentazione cartografica di se stesso. Con relativo colore, spettacolare il rosa/rosso del British Empire. La carta dell’impero americano è il planisfero. No limits. Per informazioni, studiare la mappa dei comandi regionali del Pentagono e quella delle flotte dell’US Navy, che si spartiscono l’orbe terracqueo. Nessuna zolla di terra, nessuna goccia di oceano è fuori della responsabilità a stelle e strisce. Per tutto il resto — il firmamento — c’è Elon Musk.

Gli imperi si pensano in rapporto con gli avversari. Nota Roberto Esposito in Kaos, scritto con Massimo Cacciari: la geopolitica obbliga ad amare il nemico per capirlo «non come oggetto di analisi, ma come altro soggetto, a sua volta impegnato a comprendere noi». Peccato che secondo Kissinger «gli americani tendono a trattare i problemi psicologici e politici come fossero primariamente tecnici». Motivo per cui non vincono una guerra vera dal 1945.

Ne era consapevole Andrew Marshall, detto Yoda, dal 1973 al 2015 leggendario capo del pentagonale Office of Net Assessment, laboratorio strategico deputato a pensare fuori dalla scatola. Egli lamentava la tendenza dei decisori americani a omettere dalla pianificazione il punto di vista del nemico. Delirio di monopotenza. Garanzia di impotenza.

A sigillare questa craniotomia, Pete Hegseth, forse il più limitato ma non per questo imperiale tra i responsabili della Difesa (oggi Guerra) Usa, decise nel marzo 2025 di terminare la creatura di Yoda, salvo ripristinarla, svuotata di personale, senso e soldi, sei mesi dopo. Fuori dalle scatole.

Lucio Caracciolo, Il punto di Limes, 8 giugno 2026

Tags: geopoliticaLucio CaraccioloUSA
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