“In Veneto ha perso Salvini e la sua linea politica ed ha vinto Luca Zaia che ha mostrato come la Lega debba ritornare alle origini e al suo radicamento su territori, come ha detto anche il segretario della Lombardia Massimiliano Romeo a dicembre di fronte proprio al segretario. La Lega non potrà mai riconoscersi con chi, come Vannacci, rincorre le nostalgie fasciste. Oggi forse si chiude finalmente con la Lega sovranista.” dice netto un esponente di spicco della Lega in Veneto, vicinissimo a Zaia. Perché in Veneto, al di là dello scontato esito finale con la netta affermazione del candidato leghista Alberto Stefani (uomo più vicino a Zaia che a Salvini, come dice la stessa fonte), la vera sorpresa è il fatto che la Lega sovvertendo invece in questo caso almeno in parte i pronostici ha doppiato i voti di Fdi. Ma questo rafforza certamente chi come Zaia ha costruito un rapporto stretto e forte con la sua gente e ha radicato il voto leghista in regione, un po’ come faceva la Lega bossiana in tutto il Nord.
È tornata insomma la Lega nord delle origini, che forse è ancora l’unica in grado di vincere, malgrado le alchimie di chi come Salvini ha cercato in questi anni di trasformare la creatura di Bossi, in un partito nazionale. Uno dei primi a contestare anche se con i suoi modi pacati e gentili questa ricerca affannosa di rubare voti a destra a Giorgia Meloni, era stato proprio Luca Zaia, che pur con spirito critico, non ha mai travalicato la postura governista per il bene e l’interesse del suo territorio fatto di piccole e medie imprese che devono pensare a fare gli sghei. Certo in Veneto come in Campania e in Puglia tutti devono fare i conti con il vero vincitore di queste elezioni: L’astensionismo, che inevitabilmente falsa un pò i risultati, sia nel bene che nel male. L’affluenza resta bassa, bassissima – in Veneto è del 44,6 per cento e racconta Giovanni Diamanti di Youtrend: “E’ il peggiore dato della storia veneta”– e penalizza FdI. In Campania, il partito di Meloni, con il suo candidato Edmondo Cirielli, non va oltre il 12 per cento mentre in Puglia si aggira al 17 per cento. La Lega, anche in Puglia, riesce, grazie alle alchimie di Claudio Durigon, a tenere a freno le velleità di Forza Italia. Insomma, anche al Sud alla fine quello che vince è proprio il radicamento sui territori, in cui per ora, certamente la Lega sembra avere più carte che Fratelli d’Italia, non fosse altro che per una pura questione anagrafica (La Lega nel bene e nel male è unico partito sopravvissuto a Tangentopoli, Fdi tra qualche giorno festeggerà i suoi primi tredici anni di storia).

Da oggi nasce una nuova diarchia nella Lega. “Anche se lui di fare il segretario e il leader non ne ha nessuna voglia, questo ennesima dimostrazione di forza elettorale e di consenso tra la “sua” gente (ma non solo), non potrà che indurlo, per amore dei veneti e del Veneto, a spingerlo ad impegnarsi anche a livello nazionale per cercare di porsi come un’alternativa alla linea politica fallimentare della lega di questi ultimi anni” dice un deputato leghista molto vicino al “Doge”. Il primo passo ha già fatto capire Zaia sarà quello di riportare a livello nazionale la “questione settentrionale” come centrale nel dibattito all’interno della Lega prima e della coalizione, magari rilanciando il modello dei due partiti sul modello della tedesca Cdu/Csu. In Germania, infatti, fin dal dopoguerra, esiste l’Unione Cdu/Csu, formata da due partiti che sono due entità differenti, pur appartenendo alla stessa formazione politica. Una opera su scala nazionale, ed è l’Unione cristiano democratica, guidata dal cancelliere Friedrich Merz. L’altra invece è l’Unione cristiano sociale, che è un partito regionale e che rappresenta la Baviera, che si limita invece a raccogliere voti, solo nel land bavarese e ha attualmente come capo il potentissimo Hors Seehofer.
Due partiti in uno, con due leader uno a livello nazionale, appunto Matteo Salvini e il secondo, che a furor di popolo, non potrà che essere lui, a livello di regioni del Nord. Un progetto che non a caso il segretario leghista ha bocciato, ma che ora con il grande successo di Zaia in Veneto non potrà che tornare sul tavolo. Ecco perché la vittoria in realtà rischia di diventare una vittoria di Pirro per Salvini, perché invece di rafforzarlo paradossalmente rischi di indebolirlo, perché ad uscirne sconfitta è la sua linea politica. “Zaia non punta a mandare a casa Salvini.
Non gli interessa e non ne ha la necessità: ama lavorare al Nord come Umberto Bossi. E, astuto com’è, nel suo piano c’è l’idea di lasciare a Salvini la guida di quella che ormai si è trasformata in una “bad company”: la Lega nazionale. Il Doge, invece, se il voto di fine novembre lo premierà, si lancerà nell’impresa di costruire la “casa dei nordisti”. Insomma, fonderà una nuova Lega Nord.” dice l’esponente regionale vicino a Zaia. Senza contare che la grande affermazione in Veneto non potrà che rimescolare le carte sulla Lombardia, che Salvini avrebbe accettato di concedere a Fdi, scatenando l’ira di Massimiliano Romeo, pronto a vendere cara la pelle per la sua Lombardia. Insomma, paradossalmente a mettere in crisi la leadership di Salvini, passato indenne da tre anni di batoste elettorali, potrebbe essere paradossalmente un trionfo, come non si vedeva da anni, non a caso, proprio dal 2020, quando proprio Luca Zaia trascinò, e proprio il caso di dire, la Lega ad un risultato storico (come presidente raccolse il 76% dei consensi, mentre la sua lista prese il 44%, triplicando i voti della Lega ferma al 16.9%).





