Si chiama Progetto Spire e, dopo mesi e mesi di polemiche, nei giorni scorsi è anche finito al centro di un dibattito alla Camera dei Comuni inglese. Si tratta della decisione dei vertici della Chiesa anglicana di destinare 100 milioni di sterline (cioè poco più di 110 milioni di euro) in attività a favore delle «comunità colpite dalla storica schiavitù transatlantica». Una formula come un’altra per dire “riparazioni”, in questo caso legate a presunti “legami storici anglicani con la schiavitù” e quindi ad esclusivo appannaggio di comunità e imprese di origine africana, dentro e fuori la Gran Bretagna. Dico “presunti” non per pregiudizio ma perché è proprio su questo che soprattutto si basano le polemiche, in quanto eminenti storici si stanno affannando da tempo a dimostrare che le premesse di questa scelta, fortemente voluta dai vertici della Chiesa anglicana, non avrebbero basi solide. Anzi.
In questa vicenda, Presente e Passato si intrecciano strettamente come spesso accade, da qualche tempo in qua, ogni qualvolta si parla di “riparazioni” (ovviamente occidentali) per lo schiavismo e il colonialismo. La “variante anglicana” ha delle implicazioni tutte sue non solo per le traballanti motivazioni storiche che la sostengono ma anche perché rivela come, in questo come in altri casi, la sindrome da “colpevole immaginario” porti molte classi dirigenti a perdere di vista le priorità delle proprie organizzazioni per rincorrere una “assoluzione storica” da presunte “responsabilità” risalenti a secoli e secoli addietro. Ad esempio, il Progetto Spire è stato annunciato nel 2023, lo stesso anno in cui una ricerca ha rivelato che la Chiesa anglicana destina alle parrocchie solo il 14% del proprio budget. Un dato che parla da solo ma che può rivelarsi ancora più significativo se messo in relazione alla crescente crisi dell’anglicanesimo. Come sottolinea il sito Anglican Ink: «Quasi una chiesa su tre in Gran Bretagna potrebbe chiudere entro la fine del decennio. Il numero di adulti che frequentano la chiesa la domenica è diminuito del 40% dal 2003. Il numero di bambini che frequentano un luogo di culto della Chiesa d’Inghilterra la domenica è meno della metà rispetto allo stesso anno. Un vero servizio alla nazione – e alla sopravvivenza della Chiesa stessa – sarebbe utilizzare quei 100 milioni di sterline per salvare parrocchie in rovina e investire in infrastrutture».
Gli osservatori hanno messo in luce un fatto importante: la leadership dell’anglicanesimo inglese non è in sintonia con le altre chiese che rappresentano alcune decine di milioni di anglicani nel mondo (60 milioni solo in Africa) e che sono su posizioni decisamente più ortodosse e poco inclini ad assecondare le sempre più frequenti concessioni al “politicamente corretto” degli inglesi. Basta ricordare che da ottobre 2025 la Chiesa d’Inghilterra ha per la prima volta nella storia quale Arcivescovo di Canterbury (il primus inter pares chiamato a guidare gli anglicani) una donna: Sarah Mullally. Pochi giorni or sono è arrivato anche l’annuncio di una bizzarra iniziativa che ha interessato uno dei luoghi sacri e storici più importanti della Gran Bretagna: la Cattedrale di Canterbury. È qui che si è deciso di “ospitare” scritte arcobaleno, disegni e graffiti (tutti rimovibili) creati dall’artista vegan queerAlex Vellis. La mostra è intitolata Hear Us (“Ascoltaci”), è visibile fino al 19 gennaio 2026, è curata da Jacqueline Creswell ed ha lo scopo (qualunque cosa voglia dire) di “accogliere le comunità marginalizzate della società”.
Le tensioni tra “progressisti” e “tradizionalisti” sono al massimo tra gli anglicani e fanno apparire come semplici beghe di cortile quelle che la Chiesa Cattolica ha attraversato durante il pontificato di Papa Francesco. A metà ottobre, riferisce ancora Anglican Ink: «la Global Anglican Futures Conference (Gafcon) si è riunita a Sydney e ha annunciato la costituzione della Global Anglican Communion in risposta alla crescente frattura tra quella che percepisce come una chiesa inglese eccessivamente liberale e il movimento anglicano globale più conservatore. Uno dei leader conservatori del Gafcon, il dottor Laurent Mbanda, arcivescovo della Chiesa anglicana del Ruanda, è apertamente ostile all’elezione di Mullally, e la benedizione delle coppie gay è un argomento particolarmente controverso». Ancora più precisa l’analisi di un osservatore italiano, Silvano Danesi, secondo cui il mondo anglicano sta vivendo ormai un vero e proprio scisma: «Nel 2026, Gafcon eleggerà un proprio primus inter pares sostituendo simbolicamente l’Arcivescovo di Canterbury. La Chiesa d’Inghilterra (e province progressiste come USA, Canada, Galles) perde così il legame con la maggioranza globale. Le province africane (es. Chiesa di Nigeria, con 20 milioni di fedeli) hanno già istruito le loro diocesi a rimuovere riferimenti alla “comunione con Canterbury”. La conseguenza di tutte queste defezioni è che la Chiesa d’Inghilterra rimane autonoma (circa 1,5 milioni di fedeli attivi), ma perde autorità simbolica globale. (…) Le innovazioni della Chiesa d’Inghilterra potrebbero complicare i dialoghi con cattolici e ortodossi, ma anche indurre alcune realtà a confluire nella Chiesa cattolica».
Questo lo sfondo della “storica” visita di Re Carlo III d’Inghilterra in Vaticano lo scorso 23 ottobre. Visita accompagnata dagli immancabili svarioni storici ripetuti a raffica da quasi tutti gli organi di stampa: «Papa Leone XIV e re Carlo – cito la Tv svizzera – che è anche capo della Chiesa anglicana, pregano insieme nella Cappella Sistina. Si tratta del momento più storico di questa visita di Stato dei reali inglesi in Vaticano. Non accadeva da cinque secoli, per precisione dal 1534, ovvero dal momento della riforma anglicana. Questa data segnò infatti lo scisma e la nascita della Chiesa anglicana, ai tempi di re Enrico VIII che non riuscì ad ottenere dal Vaticano il permesso a divorziare per risposarsi e garantirsi così una dinastia. Da allora il percorso delle due Chiese si è diviso, poi con forti riavvicinamenti si è arrivati fino alla preghiera comune in Cappella Sistina». Tutto giusto tranne un “dettaglio”: nessun sovrano inglese ha mai pregato col Papa non solo nella Cappella Sistina ma anche altrove per il semplice fatto che nessun sovrano inglese è mai andato a Roma nei primi decenni del Cinquecento. Dettagli storici ma una prova ulteriore che in un sistema informativo impazzito, superficiale, privo di capacità critiche e retroterra culturali, basta poco per far filtrare una notizia e vederla diffondersi senza alcun freno e controllo.
Ma torniamo alla Chiesa d’Inghilterra e alla sua iniziativa “riparatoria” che rischia di aggravare ulteriormente una situazione, come si è visto, tutt’altro che brillante. Una situazione alla quale si è condannata da sola, rivelandosi, come ha sottolineato ancora Anglican Ink, «troppo politicizzata per attrarre i conservatori in cerca di un cristianesimo muscoloso, e troppo istituzionale per i progressisti che sono in gran parte atei e anti-establishment. Sembra che le riparazioni, come quasi tutto ciò che fa la Chiesa d’Inghilterra, siano un gesto che non piacerà a nessuno. E come i graffiti banali e banali recentemente affissi sui muri della Cattedrale di Canterbury, non attireranno nessuno di nuovo nel gruppo, alienandone molti altri». E il Progetto Spire sembra perfetto per alienare altre simpatie a Canterbury e dintorni.
Dietro l’evidente influenza delle crescenti rivendicazioni dei paesi un tempo colonie occidentali e delle comunità afrodiscendenti, la Chiesa anglicana ha fatto sue le conclusioni di una commissione di studio che ha stabilito che, nella prima metà del Settecento, cioè giusto 300 anni fa, gli amministratori del fondo per il sostegno al clero povero – fondo chiamato Queen’s Anne Bounty – avevano investito nella South Sea Company, una società commerciale coinvolta nella tratta degli schiavi. Inoltre, nel tempo, il Queen’s Anne Bounty avrebbe anche ricevuto donazioni da persone “probabilmente collegate” allo schiavismo. Dal 1948 il Queen’s Anne Bounty insieme ad un altro fondo è stato accorpato in un nuovo ente: il Church Commissioners, di fatto il cuore economico degli anglicani cui spetta l’amministrazione dell’importante patrimonio immobiliare e finanziario della Chiesa (oltre otto miliardi di sterline). Questi fondi servono per il pagamento delle pensioni del clero, al sostegno dell’attività pastorale, al finanziamento delle missioni e delle parrocchie. E su questo punto si sono concentrate parte delle critiche al Progetto Spire: è possibile distogliere cifre così importanti dai compiti istituzionali dei Church Commissioners, che non sono stati istituiti per occuparsi di “giustizia riparativa” ma per sostenere la Chiesa, i suoi pastori, le parrocchie e le missioni? Ad aprile, alla Camera dei Comuni, la giovane deputata conservatrice Katie Lam l’ha detto chiaramente: «I fondi stanziati tramite il progetto di riparazione della Chiesa d’Inghilterra sono in realtà destinati al mantenimento delle chiese parrocchiali e alla fornitura di stipendi al clero. So che il Secondo Commissario per i Beni Ecclesiastici è devoto alle nostre chiese parrocchiali e non sosterrebbe nulla di illecito, quindi l’Onorevole Signora potrebbe cortesemente fornire le motivazioni in base alle quali i Commissari per i Beni Ecclesiastici sono autorizzati a destinare questo denaro a scopi per i quali non era previsto? Quali dettagli può condividere delle conversazioni che ha avuto con la Charity Commission per determinare se possono farlo, poiché sembra essere illecito?
Un’obiezione che ha colto nel segno perché il progetto, annunciato in pompa magna, è finito nel limbo per qualche mese: il tempo necessario perché venisse istituito, già nel 2024, un nuovo ente che aiutasse ad aggirare l’ostacolo giuridico: il Fund for Healing, Repair and Justice, dotato anche di un comitato di 14 membri incaricato di formulare raccomandazioni su come utilizzare il fondo di 100 milioni di sterline. Ora, può sembrare pretestuoso osservare che il comitato conti solo tre membri bianchi (uno in realtà è figlio di una donna inglese e di un uomo della Guyana) ma alla luce delle raccomandazioni questo dettaglio può aiutare a spiegare alcuni aspetti del loro lavoro. Intanto, scorrendo le 41 “raccomandazioni” si scopre che, visto che c’erano, i componenti del comitato si son fatti prendere la mano e hanno proposto di far lievitare il fondo fino ad un miliardo di sterline visto che «i crimini contro l’umanità radicati nella schiavitù hanno causato danni così ingenti che richiederanno un impegno paziente che coprirà generazioni per essere affrontati». Ma la cosa che colpisce di più è che il comitato chieda, senza troppi giri di parole, che «i principali beneficiari dei finanziamenti siano persone di origine africana e organizzazioni benefiche / collettivi / movimenti / imprese e individui guidati da persone di origine africana nel Regno Unito, nei Caraibi, in Africa, in America Latina e in Nord America». Neanche una parola, ad esempio, sull’Asia e in particolare sull’India che pure ha sperimentato a lungo, fino al secondo dopoguerra, il duro dominio britannico: «Il programma di investimenti e sovvenzioni – si legge nella “Raccomandazione n. 4” – deve affrontare le disuguaglianze economiche, educative e sanitarie che colpiscono le persone di origine africana, concentrandosi in particolare sulle disparità che colpiscono i discendenti di africani schiavizzati».
Tra le “raccomandazioni” che dovrebbero guidare il Progetto Spire ci sono anche quelle relative alla gestione dei finanziamenti che «dovrebbero essere canalizzati attraverso leader neri, comunità nere e organizzazioni nere. Sebbene il fondo si impegni sempre a trovare le migliori competenze per un determinato ruolo e a non applicare alcuna prospettiva escludente, dovrebbe essere condotta un’analisi annuale della rappresentanza razziale all’interno del team di gestione e leadership del fondo, delle società o dei fondi in portafoglio, nonché dei partner di erogazione». Anche la comunicazione, fondamentale in un’operazione del genere, deve essere saldamente nella mani giuste. Indovinate quali? Esatto. Ovviamente bisognerà «ingaggiare un’agenzia di pubbliche relazioni guidata da neri per fornire assistenza nelle comunicazioni».
Un’impostazione così radicale avrebbe richiesto basi storiche più solide di quelle che sembra avere in realtà. Da tempo, importanti storici si son presi la briga di smontare il teorema che sorregge il Project Spire senza però ottenere risposte o repliche all’altezza. Il clima del resto, in Gran Bretagna e non solo, è quello che è. Un esempio? Un noto comico e attore, di colore, che si chiama Lenny Henry (nominato “sir” dalla regina Elisabetta nel 1999) ha pubblicato a inizio ottobre il libro La grande rivincita – Il caso delle riparazioni per la schiavitù e come dovrebbero funzionare (Faber & Faber). E noi in Italia dovremmo saperne qualcosa di quando un comico inizia ad occuparsi di politica o altro… Il sito della BBC ha sintetizzato così il contenuto del libro di Henry: «Il libro afferma che i neri britannici hanno “il doppio delle probabilità di essere disoccupati rispetto ai loro omologhi bianchi” e “sono ampiamente sovra rappresentati nella popolazione carceraria”, sostenendo che ciò è “tutto dovuto alla tratta transatlantica degli schiavi”».
Curiosamente, questa settimana la deputata Sarah Pochin, ex Tory e ora in forza a Reform UK, la formazione guidata da Nigel Farage, ha pubblicamente protestato contro la sovraesposizione di persone di colore nella pubblicità. Sommersa dalle critiche – incluse quelle del premier Keir Starmer – Pochin si è difesa osservando che, toni usati a parte, ci sono «regole troppo rigide sulla diversità e l’inclusione che inducano a dare un’immagine sbagliata della società». Le è venuta in sostegno una provvidenziale ricerca citata dal maggior quotidiano inglese, The Times, secondo la quale, come ha ricordato Il Corriere della Sera «la presenza delle minoranze nella pubblicità è molto più ampia della loro quota all’interno della popolazione. I neri sono il 4 per cento, per esempio, e appaiono nel 51 per cento degli spot».
In questo clima, che speranze ci sono che trovino il dovuto ascolto voci come quelle, tra gli altri, del professor Richard Dale dell’Università di Southampton, del professor Robert Tombs (università di Cambridge), del professor Lawrence Goldman (Yale e Cambridge) o del professor Nigel Biggar (Università di Oxford)? Di quest’ultimo È la Storia bellezza si è già occupata qualche tempo fa per un suo libro critico sulla politica delle riparazioni e sul loro fondamento storico. Nel caso della Chiesa Anglicana, Biggar osserva che «La storia è piena di torti da cui oggi traiamo beneficio. Poco o nulla di ciò che ereditiamo è privo di contaminazioni storiche. L’attuale Chiesa d’Inghilterra occupa cattedrali e chiese sottratte dallo Stato a Roma durante la Riforma. Parte della sua attuale ricchezza è stata quasi certamente estorta a servi della gleba medievali, oberati di lavoro e mal retribuiti, e a operai industriali del XIX secolo. Pertanto, la questione di quali torti del passato affrontare e come affrontarli al meglio è complessa e richiede una risposta attenta. Eppure, da nessuna parte i Church Commissionershanno ritenuto necessario fornirne una».
Biggar e gli altri hanno in varie occasioni sottolineato che c’è una palese svista storica alla base di tutta questa faccenda e cioè che, semplicemente la Queen Anne’s Bounty non trasse profitto dagli investimenti nella tratta degli schiavi. Come hanno scritto gli storici Tombs e Goldman «la South Sea Company non ricavò mai alcun profitto dalla tratta degli schiavi, e il Bounty non trasse alcun reddito da tale commercio durante il breve periodo in cui detenne azioni della Compagnia. Al contrario, il suo investimento in azioni nel 1720 registrò una perdita disastrosa, pari al 14% del suo portafoglio totale. Non esisteva e non esiste quindi alcun “patrimonio storico di capitale” derivante dalla tratta degli schiavi da cui oggi si potrebbero ragionevolmente pagare risarcimenti». Non basta: nonostante il coinvolgimento del Queen Anne’s Bounty con le operazioni della South Sea Company (oltretutto solo in parte collegate alla tratta schiavistica) sia durata meno di 10 anni, i Church Commissioners hanno sottoscritto rapporti nei quali si afferma che «l’economia schiavista transatlantica ha avuto un ruolo significativo nel plasmare la Chiesa che abbiamo oggi» e che «l’immensa ricchezza accumulata dai Church Commissioners è sempre stata intrecciata con la storia della schiavitù africana».
Si potrebbe obiettare che in quei documenti ci si riferiva anche ai benefattori ma negli stessi rapporti si legge che i “casi dubbi” ammonterebbero al 30% del totale. Un totale, oltretutto, che va definito: nel bilancio del Queen Anne’s Bounty la voce “beneficienza” contava per il 14%. Quindi parliamo del 30% del 14%: cioè il 4,2% delle entrate complessive. Ma guardando meglio, in quel 30% vanno comunque fatti ulteriori distinguo. Ha osservato ancora Biggar: «L’analisi dei registri delle beneficenza tra il 1713 e il 1850 ha portato a concludere che “la percentuale di beneficenza derivante da individui considerati con un’altissima (8%) o alta (22%) probabilità di essere potenzialmente collegati al commercio transatlantico di schiavi era complessivamente pari a circa il 30% di tutte le beneficenza ricevute dal Queen Anne’s Bounty”. Si noti, tuttavia, la base altamente speculativa dell’affermazione: “probabilità… potenzialmente”. I fattori ammessi per determinare la probabilità includevano semplicemente l’essere attivi al tempo della Bolla dei Mari del Sud; il coinvolgimento in politica (incluso l’essere membro della Camera dei Lord); essere collegati a città fortemente coinvolte nella tratta degli schiavi transatlantica come Bristol, Liverpool, Londra e Manchester; essere collegati a industrie che facevano affidamento sulla tratta degli schiavi transatlantica come cotone, rame o ferro; e avere collegamenti navali. Sarebbe stato perfettamente possibile avere avuto ognuna di queste associazioni e non avere alcun coinvolgimento nella tratta degli schiavi…».
Ma ci sono due ultimi aspetti da sottolineare e che riguardano tanto la “ragione sociale” che la storia della Chiesa anglicana. Il primo ci riporta ad una delle 41 raccomandazioni del Comitato del Fund for Healing, Repair and Justice, per la precisione la n. 32, dove si legge che: «Chiediamo alla Chiesa d’Inghilterra di scusarsi pubblicamente per aver negato che i neri africani siano fatti a immagine di Dio e per aver cercato di distruggere i diversi sistemi di credenze religiose tradizionali africane. Questo atto di riparazione dovrebbe intenzionalmente facilitare la ricerca sociologica, storica e teologica, in corso e nuova, sulle tradizioni spirituali in Africa e nella diaspora, consentendo così un nuovo dialogo tra i sistemi di credenze tradizionali africani e il Vangelo». Qualche teologo, vedendo equiparate le credenze tribali (oltretutto da riscoprire col sostegno della Chiesa anglicana…) al messaggio di Cristo, sarà saltato sulla sedia?
Il secondo calcio negli stinchi alla propria Storia, i Church Commisionerse i loro referenti tra le gerarchie anglicane l’hanno tirato quando hanno dimenticato – sottolinea ancora Biggar – «il coinvolgimento anglicano nella tenace campagna durata mezzo secolo per abolire la tratta degli schiavi e la schiavitù; o il fatto che gli inglesi furono tra i primi popoli nella storia del mondo ad abolirli; o il coinvolgimento anglicano nel successivo secolo e mezzo di sforzi imperialisti britannici per sopprimere la schiavitù in tutto il mondo, dal Brasile alla Nuova Zelanda. È poi particolarmente scandaloso che i Church Commissioners non abbiano tenuto conto di tutti quei missionari cristiani che, seguendo David Livingstone, rischiarono – e talvolta spesero – la vita nel tentativo di porre fine alla tratta degli schiavi in Africa».
Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/





