Quest’anno cade un compleanno importante per l’America – 250 anni! Il 4 luglio 1776, il Secondo Congresso Continentale adottò la Dichiarazione d’Indipendenza a Filadelfia, rompendo i legami politici delle tredici colonie americane con la Gran Bretagna. A questa dichiarazione seguì una lunga guerra di indipendenza. La vittoria decisiva per gli americani, con un sostanziale aiuto francese, fu la sconfitta britannica all’assedio di Yorktown nel 1781. Questo costrinse i britannici a negoziare, portando al Trattato di Parigi nel 1783, che riconobbe ufficialmente gli Stati Uniti come nazione indipendente.
Nel periodo Maggio-Settembre 1787 la Costitutional Convention si svolse a Philadelphia. I delegati di 12 stati si riunirono per modificare gli Articoli della Confederazione, ma alla fine redassero una Costituzione degli Stati Uniti completamente nuova, stabilendo un governo federale più forte con rami legislativi, esecutivi e giudiziari distinti. Il 17 Settembre 1797, i delegati firmarono il documento, che poi fu inviato agli stati per la ratifica, definendo in modo fondamentale il futuro degli Stati Uniti. Quando chiesero a Benjamin Franklin – uno dei padri fondatori – quale forma di governo la Convention avesse scelto, rispose con la famosa frase: “Una repubblica, se riuscite a mantenerla”. La sua risposta pungente e pragmatica evidenziò una verità fondamentale: la sopravvivenza delle repubbliche democratiche dipende interamente dal coinvolgimento attivo e dalla costante vigilanza di cittadini informati.
Quindi, anche se si potrebbe obiettare che è il 17 settembre 1787 la vera data di nascita della nazione, il 4 luglio 1776 rimane intoccabile nella mente e nel cuore del patriottismo americano.
Una delle frasi più frequenti per descrivere gli Stati Uniti, almeno da parte di chi li ama, è quella di citare il loro storico “exceptionalism”. Questo irrita molti che immaginano questi americani arroganti che si autodefiniscono “eccezionali”. Ma “exceptionalism” non significa “preminenza”. Deriva da una parola latina excipere – “da prendere da” o “da selezionare” o “per differenziare.” Il concetto in inglese è lo stesso del latino: togliere qualcosa dalla maggioranza o dalla normalità. In teoria, una caratteristica “eccezionale” può essere sia buona che cattiva. Ma nel contesto degli Stati Uniti, l’exceptionalism significa che il paese è strano, diverso. In altre parole, l’America non è come la maggior parte delle nazioni.
Diversità etniche
Una delle litanie del mondo moderno, almeno in Occidente, è il continuo elogio delle diversità. Ma nel corso della storia, la diversità è stata una grande rovina per le civiltà. È stato uno svantaggio, che ha spesso portato al settarismo e alla violenza tribale. Basti pensare ai Balcani di ieri, ma anche di oggi. Al contrario, Giappone e Cina, quasi monorazziali, sono paesi potenti che valorizzano uniformità e ordine. La diversità, attraverso i secoli, era una sfida da superare, non un vantaggio innato. Eppure, gli Stati Uniti sono oggi l’unico grande paese che rappresenta una società veramente stabile, multirazziale e democratica.
Dinamismo
Nella storia degli Stati Uniti ci sono molti esempi davvero unici di dinamismo. Per esempio: i combustibili fossili, di cui avevamo parlato anche qui. Solo trent’anni fa gli “esperti” ci dicevano che gli Stati Uniti avevano raggiunto l’era del “picco del petrolio” e che sarebbero stati vulnerabili alle pressioni straniere per garantire l’importazione del 70 per cento del petrolio e del gas naturale necessari alla loro economia. Invece gli Stati Uniti si sono rivelati l’unica grande nazione in grado di ribaltare il “picco del petrolio” e diventare autosufficienti.
Produttività
In termini di potere economico relativo, ancora oggi, mentre molti parlano del cosiddetto declino americano, i suoi 320 milioni di abitanti producono quasi il doppio di beni e servizi all’anno rispetto ai 1,3 miliardi della Cina. In termini approssimativi, oggi l’americano medio è 8 volte più produttivo del cinese medio. Questo risultato non deriva solo da anni di vantaggio tecnologico, ma anche dall’esistenza negli USA di uno stato di diritto, di un governo consensuale e di una tradizione di lavoro e di capitale liberi che operano più o meno in sinergia.
Mobilità economica
La società americana ha sempre offerto ampie opportunità ai singoli di eccellere e arricchirsi. Solo poche settimane fa, Elon Musk è diventato il primo trilionario (mille miliardi) al mondo, a seguito dell’offerta pubblica iniziale (IPO) di SpaceX sul Nasdaq. Al contrario dell’Europa, dove i successi economici di una ditta arricchiscono magari la collezione di quadri del fondatore, l’IPO di SpaceX ha creato oltre 4.400 milionari, inclusi lavoratori delle mense e saldatori a cui è stata concessa una quota azionaria.
I critici di ieri e di oggi – i vari mistici dell’egalitarismo – hanno spesso sottolineato e criticato le disuguaglianze economiche negli USA. Le statistiche, però, mostrano un dato interessante e significativo: l’upward mobility americana, forse l’esempio più importante del loro exceptionalism.
La figura qui sotto, basata su statistiche degli ultimi 30 anni, quantifica la mobilità economica negli USA, confrontando lo stato sociale tra genitori e figli. Per esempio, i numeri della colonna a sinistra del grafico ci dicono che, per i genitori “poveri”, cioè quelli che erano economicamente nel quintile più basso (il 20% della popolazione), solo un terzo dei loro figli sono rimasti nello stesso quintile dei meno abbienti; due terzi hanno migliorato la loro condizione sociale e il 18% di loro ha perfino raggiunto i due quintili più alti di benessere (il 40% della popolazione) .

La mobilita’ economica in USA, espressa come livello economico intergenerazionale. Estratto da: https://www.cato.org/commentary/upward-mobility-alive-well-america
E c’è anche il rovescio della medaglia, come mostrano i numeri nella colonna di destra. Solo un terzo dei figli dei genitori “ricchi” (il quintile più benestante) è rimasto in questo ambito di benessere. I due terzi di loro sono retrocessi economicamente e il 20% addirittura si è spostato nei due quintili più bassi.
La comprensione della forte mobilità economica negli USA è la chiave per comprendere molti dei loro successi. Basta esaminare la vita di uno dei loro padri fondatori: Alexander Hamilton, il primo Segretario del Tesoro degli Stati Uniti, che è passato da immigrato orfano e povero nei Caraibi a plasmare i sistemi economici e politici fondamentali degli Stati Uniti. Questa storia si è ripetuta spesso in ogni generazione. È la regola, non l’eccezione.
Antiimperialismo
Nonostante la frequente propaganda che dipinge gli USA come nazione imperialista, gli Stati Uniti non hanno annesso militarmente alcun territorio da quando lo fecero nelle Filippine nel 1898. In sintesi, a caro prezzo, gli Stati Uniti aiutarono le democrazie occidentali a vincere due guerre mondiali vitali per la loro sopravvivenza, e furono essenziali nel far collassare l’impero comunista sovietico alla fine della Guerra Fredda. Però, al contrario di tutte le altre nazioni, e in particolare di quelle europee, gli USA non hanno mai rivolto il loro esercito verso acquisizioni territoriali o imperiali in questo secolo o in quello precedente.
Nel 1823, al Congresso degli Stati Uniti, il presidente Monroe chiese che i Paesi europei non mettessero in discussione l’indipendenza dei Paesi americani. Il presidente dichiarò di non voler interferire negli affari dei territori delle Americhe ancora posseduti da potenze europee, ma precisò che gli Stati Uniti avrebbero interpretato come un atto ostile qualsiasi tentativo di ingerenza europea nei Paesi già indipendenti (cioè quasi tutta l’America Latina, dal Messico all’Argentina). Questa Dottrina Monroe è rimasta in vigore fino ad oggi ed ancora influenza le relazioni e le tensioni tra Stati Uniti ed Europa, anche sul tema, già discusso qui, dell’ultimo lembo di terra del Nord America rimasto nella sfera storica del colonialismo europeo – la Groenlandia.
Coesione dello Stato Federale
La Costituzione americana è basata sul federalismo – un sistema che consente una forte flessibilità e trasferisce molto potere a livello locale – stati, contee, città. In teoria, la decisione finale su ogni contesa spetta sempre allo stato centrale, quello federale con sede a Washington. Ma, in pratica, le decisioni importanti – su tasse, scuole, urbanistica e trasporti – vengono prese a livello locale.
Storicamente, la contesa più importante tra gli stati e il potere federale fu quella dello schiavismo, che provocò una lunga e sanguinosa guerra civile dal 1861 al 1865. Per inciso, molti contestano l’uso del termine “guerra civile”, preferendo “guerra di secessione” degli stati americani del Sud, o “guerra tra stati”.
I contrasti continuano anche se, finora, sono stati incruenti. Gli USA stanno affrontando continue sfide alla coesione del sistema federale. Il caso più recente, importante e preoccupante, è quello delle cosiddette città-santuario. Ci sono centinaia di città, contee e stati che hanno adottato leggi, ordinanze, regolamenti, risoluzioni, politiche o altre misure che ostacolano l’applicazione delle leggi federali sull’immigrazione e proteggono gli stranieri presenti illegalmente nel paese, anche quelli che hanno commesso crimini e sono stati incarcerati.
C’è il rischio di una reazione a catena, con ogni singola regione che decida di ignorare le leggi federali e costituzionali che non le fanno comodo. Questo è già avvenuto per il possesso delle armi, che in America dovrebbe essere un diritto garantito dalla Costituzione, ma che invece è regolamentato diversamente in ogni zona, con circa 20 mila leggi e regolamentazioni a livello locale, statale e federale.
Tecnologia
Gli Stati Uniti sono stati all’avanguardia in ogni rivoluzione tecnologica: petrolio, automobili, industria pesante, tecnologia nucleare, elettronica, computer, esplorazione spaziale, internet, intelligenza artificiale. Questi non sono successi casuali, ma derivano dal profondo DNA liberale del paese e dalla sua Costituzione, unica al mondo nel privilegiare i diritti dell’individuo anziché il potere dello Stato.
È solo grazie ai successi tecnologici che l’America ha creato enormi opportunità per decine di milioni di immigrati e una prosperità diffusa unica al mondo. Basti pensare che il Mississippi, lo Stato americano tradizionalmente considerato tra i più poveri degli USA, vanta oggi un PIL pro capite vicino ai €50.000. Questa cifra supera il prodotto interno lordo medio dell’Unione Europea (circa €40.000) e batte il PIL pro capite di grandi nazioni europee come l’Italia, la Francia e la Spagna.
250 anni
Duecentocinquant’anni fa, 56 uomini si riunirono a Filadelfia e firmarono un documento che cambiò il mondo—una dichiarazione secondo cui tutti gli uomini sono creati uguali, dotati di diritti inalienabili e autorizzati a governarsi da soli. In mezzo a tutte le interpretazioni negative e divisorie che spesso dominano oggi i titoli dei giornali (specialmente quelli italiani), vale la pena di essere soddisfatti che le fondamenta che hanno costruito questa nazione siano state così durature; che la democrazia americana sia stata copiata in tutto il mondo; che l’America abbia rimosso la piaga della schiavitù ed assistito al trionfo del movimento per i diritti civili, e contribuito alla sconfitta del nazionalsocialismo, dell’imperialismo giapponese, e del comunismo sovietico.





