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Home L'Editoriale

A proposito di accise, prezzi della benzina e promesse non mantenute….

di Maurizio Bianconi
3 Maggio 2026
in L'Editoriale
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A proposito di accise, prezzi della benzina e promesse non mantenute….
       

Anni fa in un spot particolarmente efficace Giorgia Meloni spiegava quanto fosse gravosa la pressione fiscale sui carburanti. Con tono convincente prometteva di liberare il Paese dal giogo delle accise responsabili del raddoppio del prezzo di benzina, gasolio e c. Molti elettori le credettero e la votarono. Una volta al governo le accise le mantenne, anzi le aumentò. Si tratta di una delle più rilevanti inversioni rispetto agli impegni elettorali degli ultimi decenni.

Oggi lo Stato incassa annualmente fra accise e IVA ( una vera e propria ‘tassa sulla tassa’) dai 43 ai 46 miliardi di euro . Una cifra in crescita: circa 6/700 milioni di euro per l’aumento della fiscalità sul gasolio e più recentemente si è registrato un ulteriore incremento legato alla crisi energetica di circa il 9%. Un governo che si richiama ai principi dell’ ’economia sociale di mercato’ dovrebbe perseguire obbiettivi di benessere diffuso, coesione sociale, tutela dei diritti e ampi spazi di libertà economica. Il quadro attuale appare distante da queste finalità.

L’esecutivo – in sostanziale continuità con l’impostazione UE e i percorsi del governo Mario Draghi, con il consenso di fatto di gran parte dell’opposizione – ha seguito politiche di contenimento salariale,elevata pressione fiscale e priorità alla stabilità cara alla macroeconomia di banche e finanza, a discapito dell’economia reale. Quest’ultima è stata subordinata ai principi del libero mercato e della concorrenza, limitando l’intervento pubblico anche in presenza di evidenti necessità economiche e sociali. Non sono neppure all’orizzonte alternative strutturate. Al di là di alcune posture retoriche, anche l’opposizione si muove lungo coordinate simili.

Il confronto si riduce così a una contrapposizione nominalistica tra “salario minimo” e “giusto salario”, mentre il dettato costituzionale è già chiaro: l’articolo 36 stabilisce il diritto del lavoratore a una retribuzione proporzionata e sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa. In questo contesto manca una vera Agenda Italia.

Il primo punto dovrebbe essere il superamento della centralità della finanza astratta a favore dell’economia reale. Non significherebbe soltanto modificare i criteri di contabilità ma segnare il passaggio da un modello fondato sulla stabilità forzata e sulla compressione sociale a un’economia di crescita. Il cambio di paradigma implicherebbe una revisione delle strategie del liberismo finanziario. Tuttavia nè governo nè opposizione sembrano disposti a percorrere questa strada. Difatti non si imputa alla maggioranza di essere coerenti con le direttive UE, ma di aver sforato dello 0,1 % il famigerato 3%.

L’ allineamento alle politiche di austerity care a certi paesi nordeuropei e in primis alla Germania oltrechè al liberismo finanziario bisognoso di piattaforme teoriche ma stabili, continuano a prevalere. Il buon senso più che le disattese promesse dovrebbe suggerire l’abolizione delle accise sui carburanti. Non ne deriverebbe nessun sconquasso concreto per le finanze dello Stato. Al contrario per l’economia reale si determinerebbe un significativo impulso alla crescita.

Le finanze pubbliche hanno ampi margini di intervento: tra disponibilità liquide e attivi mobilitabili nel breve periodo si stimano circa 120 miliardi di euro complessivi. Risorse capaci di coprire ampiamente le minori entrate fiscali. Ma soprattutto che potrebbero essere impiegate in modo più dinamico e creare così circoli virtuosi a vantaggio dell’Erario. Eppure nessuno che evidenzi queste verità mentre lo scenario è dominato dai parametri cervellotici e fasulli del 3%, il Pil come misura di crescita, il rapporto debito/Pil, che è un vero paradosso. Secondo quel rapporto i paesi più virtuosi sarebbero il Bangladesh e il Pakistan (28%) seguiti a distanza dal Ruanda (48%). Cioè economie e paesi arretratissimi. Mentre il più reprobo è il Giappone (235%), fra le migliori economie e fra gli stati più solidi del globo.

Il Mondo di sopra non si agita perchè come dice l’artista cantore ‘Ma tutto questo Alice (il popolo) non lo sa’ o forse non lo vuole sapere.

Tags: economiagoverno Melonitasse
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