L’abbattimento, lo scorso 8 giugno, di un elicottero da combattimento americano AH-64 da parte di un drone iraniano al largo delle coste dell’Oman (i due piloti si sono salvati) ha offerto alla Casa Bianca l’occasione per riprendere gli attacchi in grande stile sull’Iran. Nel corso della notte almeno tre ondate di attacchi hanno colpito l’Iran meridionale, in particolare la città portuale di Bandar Abbas e l’isola di Qehsm. Nel mirino, secondo quanto riferito dai comandi Usa, radar e batterie antiaeree.
Poco prima dell’alba è arrivata la risposta iraniani: missili hanno colpito le basi aeree e navali statunitensi nel Golfo Persico, dal Kuwait al Bahrain. Colpita anche una base statunitense in Giordania, dove sarebbero dislocati anche gli F-35. Al momento non c’è ancora una stima dei danni.
La battaglia di questa notte appare essere più che una rappresaglia americana per l’abbattimento dell’elicottero, il preludio di una ripresa in grande stile del conflitto: il vicolo cieco in cui si è cacciato Donald Trump con l’attacco iniziato lo scorso 28 febbraio lascia poche possibilità, o un accordo molto favorevole per Teheran o la guerra ad oltranza.
Inutile dire che la seconda è l’opzione per cui spinge Israele: nella notte l’aviazione di Tel Aviv ha ripetutamente bombardato il Libano, in concomitanza con i raid americani sull’Iran. Facile prevedere una reazione iraniana e yemenita. La guerra continua.





