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Home Libri&LIBERI

Il prezzo del progresso? Stragi e saccheggi. Il libro di Clifton Crais

di Fabio Andriola
10 Giugno 2026
in Libri&LIBERI
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Il prezzo del progresso? Stragi e saccheggi. Il libro di Clifton Crais
       

E se il mondo avesse iniziato a crescere davvero e a diventare quello che oggi è soprattutto grazie a pistole e fucili? La domanda è meno bizzarra di quello che sembra e non solo perché, tra gli altri, se l’è posta il Wall Street Journal. C’è, storicamente, un rapporto tra la violenza organizzata e il progresso sociale, scientifico ed economico: è quanto sostiene in The Killing Age lo storico statunitense Clifton Crais (Ermory University) e sulle paludate colonne del quotidiano-Bibbia dei finanzieri di mezzo mondo, Kyle Harper, storico anche lui, gli dà sostanzialmente ragione ricordando un libro di 140 anni fa… «Nel 1898 il naturalista Alfred Russel Wallace – scrive Kyle – pubblicò Il secolo meraviglioso, una retrospettiva sui cento anni precedenti. Celebrò l’ondata di innovazioni che avevano arricchito l’esistenza umana: ferrovie, navi a vapore, telegrafi, telefoni, luci elettriche, anestetici, antisettici. Wallace non esagerava quando affermava che “non solo il nostro secolo è superiore a tutti quelli che lo hanno preceduto… ma potrebbe essere paragonato al meglio all’intero periodo storico precedente”. Ma Wallace era lucido riguardo alle carenze della sua epoca. Il “secolo meraviglioso” vide anche il saccheggio delle risorse della Terra, la sofferenza nei quartieri poveri delle città e la catastrofe umanitaria nelle colonie europee. Wallace si rammaricava del fatto che progresso e violenza fossero così strettamente legati, una contraddizione incarnata nelle nuove e raffinate tecnologie per uccidere. “Tutte le armi moderne, così come i loro proiettili, sono complessi meccanismi, rifiniti con la massima perfezione e bellezza; e rattrista qualsiasi persona di buon senso vedere tanta abilità e fatica, e gran parte dei risultati della scienza moderna, dedicati a scopi di pura distruzione”».

Ascolta la nuova serie di podcast di Storia In Rete cliccando qui

Clifton Crais nelle 700 pagine del suo The Killing Age è andato ben oltre le riflessioni di Wallace delineando – anche grazie ad una massa impressionante di dati – un affresco inquietante del mondo tra il 1750 e l’inizio del Novecento e ricordandoci che il mondo di oggi non è solo figlio di quel secolo e mezzo ma ne è, se possibile, l’estremizzazione. E lo è al punto da aver indotto Crais a rivedere il concetto di Antropocene, la definizione che da qualche lustro è stata coniata per definire il crescente influsso dell’uomo sulla mondo che lo circonda. Secondo il dizionario Treccani, specie a partire dalla Rivoluzione Industriale di metà XVIII secolo «l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana, con particolare riferimento all’aumento delle concentrazioni di CO2 e CH4 nell’atmosfera». Secondo Crais, invece che di Antropocene si dovrebbe parlare di Mortecene, parola bruttissima che nasconde un significato ancora più orribile e cioè quello di “Era della Morte”. Oppure “Età dell’uccidere”, The Killing Age, appunto.

Ho scelto il termini “uccidere” e non omicidio come verrebbe spontaneo di fronte alla parola killing per un motivo molto semplice: secondo Crais la nostra epoca è sì caratterizzata da una straordinaria e crescente «facilità e reddittività delle uccisioni» ma questo riguarda, come vedremo, tanto gli esseri umani che diverse specie animali. Uomini e bestie intrecciati in un drammatico destino comune sul quale si è basato – e si basa – il progresso economico mondiale. L’aspetto più interessante del grande lavoro di Crais sta nel mostrare i complessi e, apparentemente, non scontati rapporti che hanno collegato, ad esempio la caccia a bisonti e balene all’industria manifatturiera inglese e poi anche statunitense oppure al sistema bancario. Oppure lo schiavismo della Tratta atlantica che si rivela strettamente connesso con lo sviluppo e la produzione della polvere da sparo. E via con gli esempi: così tanti e dettagliati da far concludere allo storico Usa che «senza la violenza globalizzata la Rivoluzione Industriale non sarebbe avvenuta». E questo senza dimenticare che, in apparente contraddizione, quella Rivoluzione si è accompagnata allo sviluppo dell’Illuminismo (quindi alla definizione di concetti prima sconosciuti come quelli di “diritti universali” e “diritti umani”) e della prime forme di democrazia moderna. Non a caso, sorte in paesi anglosassoni come Gran Bretagna e Stati Uniti.

Il collegamento tra Killing Age e sviluppo politico, sociale ed economico della società capitalista ha attirato critiche a Crais. Ad esempio, su X Kristian Niemietz, direttore editoriale dell’Institute of Economic Affairs ha commentato così: «Clifton Crais, uno storico della Emory University, […] sta sviluppando due idee che da tempo sono popolari nella sinistra del campus. Primo, che l’Occidente è da biasimare per la maggior parte dei mali del mondo. […] Secondo, che il capitalismo è una cosa decisamente cattiva”. Dal suo punto di vista, la brutalità […] non era semplicemente una cicatrice sul mondo moderno, ma essenziale per crearlo. In The Killing Age, egli afferma che “senza violenza globalizzata, la Rivoluzione Industriale non sarebbe avvenuta”. In oltre 700 pagine intrise di sangue, egli sostiene che “il big bang del capitalismo — un punto di svolta nella storia del pianeta — emerse da nient’altro che dall’uso globalizzato della violenza per fare soldi”». È indubbio che il lavoro di Crais costituisca un duro atto d’accusa alla società capitalista moderna che si identifica soprattutto con l’Occidente. Tuttavia qua e là nel libro non mancano chiamate di correo ad esempio alle classi dirigenti africane dell’Ottocento ma anche attuali. Né si può dimenticare che le spietate logiche capitaliste da tempo non sono più appannaggio esclusivo dei sistemi economico-finanziari di Londra e Washington ma, ad esempio, hanno ormai penetrato profondamente l’economia asiatica e mediorientale e, in un certo senso, l’intera economia mondiale.

Detto questo, ciò che affascina nel libro di Crais è soprattutto l’esposizione della concatenazione degli eventi, il collegamento non scontato tra attività umane, aree geografiche ed effetti economici. Vediamo qualche esempio, a cominciare dallo sterminio dei bisonti in Nord America. Alla fine del XIX secolo, al tramonto di quella che Hollywood ha immortalato come l’ “Epopea del Far West”, la popolazione di bisonti in America era stata ridotta da decine di milioni di capi a poche centinaia. Gran parte di questo massacro si è svolto nel giro di pochi decenni al punto di essere considerato uno degli atti di distruzione ecologica più intensi della storia. La spiegazione usuale per il massacro del bisonte americano rimanda alla decisione del governo di Washington di risolvere il “problema indiano”: uccidendo i bisonti si distruggeva l’approvvigionamento alimentare delle popolazioni pellerossa. Ma, sostiene Crais, non è stata la politica la prima responsabile dello sterminio dei bisonti. Una combinazione di armi, finanza e industria rese possibile la quasi estinzione del bisonte. I nuovi progressi nelle armi da fuoco resero l’uccisione dei bisonti più veloce e fattibile da una distanza molto maggiore. Le banche si affrettarono ad attraversare il Mississippi, prestando denaro ai cacciatori e trasformandoli in «uomini d’affari con i fucili». I progressi della chimica trasformarono le parti del corpo degli animali in merci vendibili, specialmente le loro pelli, notoriamente difficili da lavorare.

Come ha riassunto il sito inglese History Extra: «Molte di quelle pelli finirono nelle fabbriche: solo in Inghilterra, tra gli anni ’70 e ’80 del XIX secolo, se ne contavano tra i due e i sei milioni. Le pelli venivano trasformate in cinghie di trasmissione, elementi fondamentali per i macchinari della produzione di massa durante la rivoluzione industriale. Fino all’avvento della gomma, le cinghie industriali erano realizzate con pelli, comprese quelle del bisonte americano. Nel frattempo, i coloni americani raccoglievano milioni di tonnellate di ossa di bisonte. Le compagnie ferroviarie costruivano diramazioni con l’unico scopo di raccogliere le ossa e spedirle verso est, dove venivano lavorate in luoghi come la Michigan Carbon Works di Detroit – la più grande fabbrica dello Stato prima della rivoluzione automobilistica. Le ossa venivano trasformate in fertilizzanti, filtri al carbone e inchiostri. Per un certo periodo, le ossa di bisonte si potevano trovare nella porcellana “fine bone” e persino nel mascara. Tornando alle Grandi Pianure, la ricchezza accumulata grazie all’uccisione e alla raccolta delle ossa sostenne l’ascesa dell’agricoltura e dell’allevamento. Ciò che si è svolto nei campi di sterminio degli Stati Uniti faceva parte di un fenomeno globale. Il “big bang” del capitalismo industriale e la nostra attuale era di riscaldamento globale sono emersi dal più grande atto di violenza che il pianeta avesse visto dall’evento di estinzione del Cretaceo-Paleogene 66 milioni di anni fa, quando un meteorite si schiantò nello Yucatán, uccidendo i dinosauri e consentendo l’ascesa dei mammiferi». Di passaggio converrà aggiungere e ricordare che tutto questo avvenne parallelamente ad un altro sterminio forse senza eguali nella Storia: quello dei pellerossa americani. La strage dei bisonti è stato sicuramente un capitolo importante di quel dramma ma certo non l’unico.

Altro esempio del rapporto perverso tra progresso e violenza, esempio collegato al precedente ma con implicazioni globali, è quello già accennato dello sviluppo, vorticoso e decisivo, delle armi da fuoco. Benché abbiano ormai una storia lunga quasi mille anni, fucili e poi pistole hanno avuto un decisivo sviluppo nel XVIII secolo con l’introduzione della pietra focaia. Una innovazione che si impose con la Guerra dei Sette anni (1756 – 1763). Intervistato dal sito Unseen histories, Craig ha osservato che «i moschetti a pietra focaia erano molto più efficaci delle armi precedenti e di gran lunga superiori alla maggior parte delle armi tradizionali. Inoltre, piombo e polvere da sparo divennero ampiamente disponibili, garantendo anche buoni profitti. Tuttavia, è fondamentale sottolineare che la diffusione delle armi da fuoco fu strettamente legata, anzi parte integrante, di una specifica fase dello sviluppo dell’economia mondiale». Il perché è presto detto: officine e fabbriche di tutto il mondo occidentale si affrettarono a soddisfare l’insaziabile domanda globale di questa nuova arma. L’Inghilterra in particolare divenne il leader mondiale nella produzione e distribuzione di moschetti, iniziando dall’East End di Londra per poi espandersi a Birmingham e Liverpool. Ma, ovviamente, i moschetti erano inutili senza polvere da sparo e piombo, e l’Inghilterra disponeva di abbondanti scorte di quest’ultimo. Le miniere del Northumberland e del Derbyshire producevano migliaia di tonnellate di metallo ogni anno. Per quanto riguarda la polvere da sparo, lo sfruttamento delle risorse del subcontinente indiano da parte della Compagnia britannica delle Indie orientali si rivelò fondamentale, in particolare per quanto riguarda la principale sostanza della polvere da sparo: il salnitro. Controllando in modo praticamente esclusivo il commercio del salnitro la Gran Bretagna divenne un attore di primo piano e a tutto tondo nella produzione di armi. Consolidando così la sua leadership internazionali.

Tra il 1698 e il 1808, la Gran Bretagna produsse più di 522 milioni di libbre di polvere da sparo. Gran parte di essa andò all’esercito, in particolare alla marina, dove un singolo colpo sparato da un cannone da 16 libbre consumava 8 libbre di polvere. Ma più di 78 milioni di libbre furono esportate in Africa, nei Caraibi e in quelle che sarebbero diventate gli Stati Uniti e il Canada. Questi sono però solo i numeri ufficiali; i totali reali sono probabilmente più alti. In ogni caso, quella polvere da sparo era sufficiente per più di 1,25 miliardi di colpi di moschetto – un numero superiore all’intera popolazione mondiale del 1750. Ben presto la Gran Bretagna venne affiancata e poi sorpassata dagli Stati Uniti anche in questo settore. Negli anni Venti del XIX secolo, le armi di fabbricazione statunitense venivano vendute ovunque, soprattutto oltre l’Oceano Pacifico e in Cina, dove le pistole Colt americane furono utilizzate durante la Rivolta dei Taiping (1850-1864), una delle guerre più catastrofiche della storia dell’umanità. Ma c’è di più: specie in Africa la richiesta di polvere di sparo si incrocia pesantemente con lo schiavismo e con le guerre tribali: «Al culmine del commercio atlantico degli schiavi – scrive Crais – l’Africa rappresentava gran parte dell’esportazione britannica della polvere da sparo. Gli africani volevano armi da fuoco. L’Europa voleva schiavi per le piantagioni americane. Fu un matrimonio infernale». Un dato aiuta a rendere l’enormità – in ogni senso – di questo fenomeno: durante la rivoluzione industriale, in soli 60 anni, a partire dalla metà del XVIII secolo, furono quasi 7,9 milioni– il 63% del totale del commercio atlantico di esseri umani – le persone trasferite dall’Africa alle Americhe. Questa rapida espansione della tratta degli schiavi segue esattamente l’importazione di polvere da sparo in Africa. Uno dei risultati, come si vantava il tirannico re Adandozan del Dahomey (sul trono dal 1797 al 1818), fu un regno in cui il suo popolo «coltivava non con le zappe, ma con i fucili». Dinamiche presenti anche oggi: «Il parallelo più vicino tra ciò che esploro e il presente – ha dichiarato Crais – è la Repubblica Democratica del Congo orientale, dove si assiste a una violenza terribile e al dominio dei signori della guerra, legati alla produzione e al commercio di minerali delle terre rare come il coltan».

Cambiamo un’ultima volta scenario grazie ad una domanda semplice e retorica: che sarebbe stato della Rivoluzione Industriale senza le fabbriche che dovevano produrre a ritmi incessanti? Quelle fabbriche avevano bisogno di illuminazione. La sola luce del sole era inaccettabile per i proprietari delle fabbriche, che volevano che i loro lavoratori lavorassero il più a lungo possibile, a volte dalle cinque del mattino fino a notte fonda. Per molto tempo l’illuminazione è stata basata soprattutto sull’olio di balena: la sola Inghilterra arrivò ben presto a consumare almeno 50 mila barili di questo prodotto ogni anno. Negli anni Trenta dell’Ottocento, la maggior parte dell’olio di balena che entrava in Inghilterra finiva nelle sue fabbriche per l’illuminazione e la lubrificazione. Anche dall’altra parte dell’Atlantico, tra un quarto e un terzo dell’olio di capodoglio (che produceva la luce migliore) raccolto dai balenieri americani finiva nelle fabbriche. L’olio di balena veniva utilizzato anche per l’illuminazione nei mulini dei Caraibi, dove gli schiavi dovevano lavorare senza sosta per trasformare il succo di canna da zucchero che contribuiva a fornire energia a basso costo alle classi lavoratrici industriali in Nord America ed Europa. Risultato? Una bella strage di balene, inferiore nei numeri solo a quella dei bisonti: infatti la crescente domanda di lubrificanti e illuminazione portò al massacro di massa delle balene, dalla Groenlandia all’Oceano Indiano. Sebbene sia impossibile determinare l’esatta portata di quella caccia spietata, si stima che tra il 1750 e il 1900 siano state uccise circa due milioni di balene.

Anche in questo caso, vari fattori – tutti collegati più o meno direttamente alla caccia ai cetacei – hanno contribuito ad alimentare lo sviluppo economico globale: la caccia alle balene ha infatti prodotto enormi guadagni fino a quando il numero di questi mammiferi marini non è diminuito. Crais ricorda che nel New England, i profitti del settore sono stati reinvestiti in una varietà di attività, dai cotonifici alle ferrovie e alla transizione verso i combustibili fossili negli Stati Uniti. Ad esempio, una delle più grandi fabbriche tessili del mondo – la Wamsutta Mills a New Bedford, nel Massachusetts – fu finanziata proprio dalla caccia alle balene. Ma anche alcuni degli investitori in quella che sarebbe diventata la famosa compagnia petrolifera Standard Oil Company di John D. Rockefeller, misero sul tavolo capitali raccolti grazie alla caccia alle balene. 

Questi esempi introducono un’altra riflessione e cioè che non sempre il binomio “violenza-progresso” funziona. Il caso dell’impero spagnolo è esemplare in questo senso: evidentemente la differenza l’ha fatta, storicamente lo “spirito anglosassone” protestante. «Nel XV e XVI secolo – osserva ancora HistoryExtra – gli spagnoli eccellevano nel saccheggio, con personaggi come Hernán Cortés che devastò il Messico. I conquistadores saccheggiarono dalle Americhe l’equivalente di miliardi di dollari in valuta odierna, gran parte dei quali in metalli preziosi. Ma la Spagna faticò a convertire la ricchezza prodotta dalla violenza in capitale da investire e produrre – e il capitale è l’essenza stessa del capitalismo. Invece, spese le sue fortune in guerre religiose e dinastiche, chiese, arte, edifici e altre forme di consumo ostentato. Al contrario, la trasformazione finanziaria dell’Inghilterra fu un punto di svolta, basata sulle innovazioni introdotte dagli olandesi nel XVII secolo. Nel XVIII secolo ci fu una rivoluzione nel sistema bancario inglese, insieme a una serie di sviluppi tra cui assicurazioni, obbligazioni, mercati azionari, diritto dei brevetti e una moneta sempre più standardizzata. Nel primo quarto del XIX secolo, il numero di banche al di fuori di Londra aumentò di 30 volte e raddoppiò in quella città». Anche qui, more solito, gli Stati Uniti arrivarono un po’ dopo ma fecero molto meglio: nel 1820, gli Usa contavano poco più di 300 banche. Quarant’anni dopo, quel numero era salito a più di 1.500. Con l’attività bancaria arrivò poi una serie di innovazioni finanziarie, dalle assicurazioni alle azioni e alle obbligazioni.

Piaccia o no, il mondo di oggi è intrinsecamente figlio di quel fenomeno complesso e articolato che Cries ha provato a ricostruire. Cambiano, decennio dopo decennio, molte cose ma i meccanismi e le interconnessioni economiche e tecnologiche non smettono di avere influenze importanti sulla società, sulla morale di quel sistema globale, instabile e imperfetto, che si chiama Umanità.

Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/

Tags: capitalismoprogressostoriaStoria in rete
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