Nelle scorse settimane gli ucraini hanno lanciato una campagna, condotta con droni aerei e navali, contro il traffico marittimo russo nel Mar Nero e nel Mare di Azov. I risultati non lasciano dubbi: oltre trenta navi – molte petroliere – danneggiate più o meno gravemente e sensibili riduzioni nei volumi di traffico marittimo russo.
Come accade in guerra – a dispetto di ciò che immaginano molti – raramente un successo, per quanto rilevante, non provoca la reazione del nemico. E infatti nelle due ultime settimane Mosca non ha mancato di reagire, con un’azione di respiro più ampio rispetto a quella ucraina: non solo l’aviazione russa ha iniziato a bersagliare le navi in entrata ed in uscita dai porti ucraini, ma ha iniziato a martellare quotidianamente con droni e missili i pochi scali marittimi ancora controllati da Kiev, ad iniziare da quello di Odessa.
Depositi di carburante, banchine, infrastrutture di supporto: nulla è stato risparmiato dai droni e dai missili russi. L’efficacia della campagna aerea è dimostrata dalla decisione di oggi di sospendere ogni attività nei porti ucraini. «Solo quattro o cinque navi sono entrate nei porti ieri. Da oggi, l’ingresso delle imbarcazioni è stato bloccato»: così il ministro dell’Agricoltura ucraino Taras Bishotsky.
Il colpo è durissimo per la già disastrata economia ucraina (bene non dimenticare che il Paese è in bancarotta, non dichiarata solo grazie ai sussidi europei che consentono il pagamento di stipendi e pensioni, oltre che il sostegno dello sforzo bellico). Attraverso i porti del Mar Nero passa circa l’80% delle esportazioni cerealicole ucraine.
Il blocco parziale del commercio del grano ucraino potrebbe avere pesanti ripercussioni in numerose nazioni, soprattutto africane. Proprio per scongiurare tale eventualità negli anni scorsi era stato raggiunto un accordo tra i belligeranti, intesa poi non rinnovata tra le reciproche accuse.





