Non bastassero le tensioni provocate dal conflitto israelo-palestinese, di cui gli attacchi delle milizie yemenite Houti alle navi commerciali sono un’appendice, ad agitare le acque del Mar Rosso e con esse l’economia internazionale, a spingere verso quella che rischia di rivelarsi come una tempesta perfetta è l’accordo siglato lo scorso 1° gennaio dal primo ministro etiope Abiy Ahmed e Muse Bihi Abdi, presidente del Somaliland. In base al memorandum d’intesa firmato ad Addis Abeba lo scorso 1° gennaio l’Etiopia avrà accesso, per un periodo di 50 anni, ad un tratto di costa somalo di venti chilometri e, soprattutto, potrà utilizzare il porto di Berbera dove, inoltre, avrà la possibilità realizzare una base navale permanente. In cambio Addis Abeba ha stipulato intese commerciali, ha garantito al governo di Hargheisa la cessione di una quota della compagnia statale Ethiopian Airlines e, più di tutto, l’agognato riconoscimento della Repubblica del Somaliland come stato sovrano.
Ed è tutto qui il nocciolo della questione: il riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland. Possibilità che ha provocato non solo la comprensibile quanto prevedibile levata di scudi del governo di Mogadiscio, alle prese con una più che ventennale insurrezione islamista finora impossibile da debellare, ma anche le proteste degli stati del Corno d’Africa, timorosi dell’effetto domino che il riconoscimento della regione secessionista somala, indipendente de facto dal 1991, quale stato sovrano possa innescare un effetto domino nella regione. Addis Abeba, da parte sua, ha semplicemente ignorato le proteste dei Paesi vicini, sostenute dal monito statunitense sulla necessità di rispettare l’integrità territoriale somala, ed ha ribadito la validità dell’accordo raggiunto con il presidente Muse Bihi Abdi. Per il governo etiope “nessun Paese sarà toccato da questo memorandum d’intesa”, poiché “nessuna legge è stata infranta”.
Posizione più che traballante se vista sotto il profilo del diritto internazionale, tuttavia pienamente comprensibile se si considera che la ricerca di uno sbocco sul Mar Rosso è, da tempo, una delle priorità geo-strategiche del governo etiope. Almeno dalla scorsa estate hanno iniziato a circolare dichiarazioni del premier Abiy Ahmed in merito a trattative con i Paesi vicini (Eritrea, Gibuti, Somaliland) per ottenere _ “anche con l’uso della forza” – il raggiungimento dell’obiettivo strategico rappresentato dall’accesso al mare. Dichiarazioni che hanno provocato immediato allarme nei Paesi del Corno d’Africa, ad iniziare dall’Eritrea, ormai ex alleato dell’Etiopia. L’esercito eritreo ha dato un sostanzioso contributo al governo etiope nella guerra intrapresa per impedire la secessione del Tigrè, conflitto che ha provocato circa 400mila morti ed è stato congelato – risolto è dir troppo – con gli accordi di Pretoria del 2022.
Proprio sul contenuto degli accordi di pace – che Asmara avrebbe voluto molto più punitivi per i tigrini, con annessa cessione di una fascia di territorio al confine – si è incrinata l’intesa tra Eritrea ed Etiopia. Rottura esacerbata dall’agenda revisionista di Addis Abeba, agenda in cui la ricerca di un accesso al Mar Rosso è solo uno dei punti. Più che sufficiente, tuttavia, a mettere in allarme i Paesi confinanti. Eritrea in primis. Del resto proprio la conclusione del trentennale conflitto con Addis Abeba nel maggio del 1991 consentì all’Eritrea di raggiungere la propria indipendenza, privando nel contempo l’Etiopia dell’accesso al mare.
Sempre nel 1991, anno fatidico, il collasso del regime di Siad Barre dà avvio alla lunga crisi somala, caratterizzata anche dalla secessione delle regioni del Somaliland, corrispondente all’ex colonia della Somalia britannica, e successivamente (1998) del Puntland. Mentre quest’ultima regione è poi tornata far parte dello stato somalo organizzato su base federale, il Somaliland ha continuato a perseguire l’obiettivo della piena indipendenza da Mogadiscio. Anche in questo caso, tuttavia, il percorso non è lineare: nel maggio dello scorso anno si sono registrati nel Somaliland orientale duri scontri tra fazioni, su base tribale, divise sull’opportunità di lavorare ad un riavvicinamento allo stato somalo.





