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Home L'Editoriale

La destra e il nodo irrisolto dell’autocritica

di Nicola Silenti
1 Aprile 2026
in L'Editoriale
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La destra e il nodo irrisolto dell’autocritica
       

C’è un momento, nella vita politica di un Paese, in cui il risultato di una consultazione popolare smette di essere un semplice dato numerico e diventa qualcosa di più profondo: un segnale. Non sempre immediatamente decifrabile, non sempre univoco, ma comunque carico di significato. È in quel momento che la politica dovrebbe fermarsi, riflettere, interrogarsi.

La recente sconfitta referendaria si colloca esattamente in questo spazio. Non tanto – o non solo – per il merito del quesito, quanto per ciò che il voto ha espresso in termini di percezione diffusa. Quindici milioni di italiani che si sono pronunciati contro non rappresentano una parentesi statistica, ma una realtà politica con cui fare i conti.

Ed è qui che emerge un primo elemento di riflessione: il silenzio. Non un silenzio mediatico, che pure è relativo, ma un silenzio politico. Quello che si avverte quando manca una vera elaborazione del risultato, quando non si intravede un momento di confronto interno, quando la risposta sembra limitarsi alla gestione immediata della comunicazione piuttosto che all’analisi delle cause.

Nella storia della Repubblica, anche nelle fasi più aspre, le sconfitte hanno quasi sempre prodotto un’attivazione. I partiti si riunivano, discutevano, talvolta si laceravano, ma comunque cercavano una chiave di lettura. Non era necessariamente un esercizio virtuoso, ma era un segno di vitalità politica.

Oggi questo passaggio sembra più debole. E non è una questione che riguarda una singola forza o una singola leadership, ma un modello più ampio che si è progressivamente affermato: quello di una politica sempre più verticale, concentrata sulla decisione e sulla comunicazione, meno sulla discussione interna e sull’elaborazione collettiva.

La destra di governo, che pure negli ultimi anni ha costruito un consenso ampio e consolidato, si trova ora di fronte a un banco di prova diverso. Non si tratta di mettere in discussione la legittimità del governo, né di enfatizzare oltre misura una sconfitta referendaria. Si tratta, piuttosto, di comprendere se esista – e in quale misura – la capacità di trasformare un segnale elettorale in occasione di riflessione politica.

Perché il punto non è il risultato in sé, ma ciò che lo segue. Se una parte significativa dell’elettorato esprime inquietudine, distanza o anche solo perplessità, la risposta non può essere soltanto organizzativa o comunicativa. Deve essere, prima di tutto, politica. E la politica, quando è tale, implica sempre una domanda di fondo: dove abbiamo intercettato meno di quanto pensassimo? Quali aspettative non sono state comprese? Quali segnali sono stati sottovalutati?

Non è un esercizio di debolezza. È, al contrario, un segno di maturità. In questo senso, colpisce l’assenza di luoghi e momenti riconoscibili di discussione. Non tanto per nostalgia di modelli del passato – che avevano anch’essi limiti evidenti – ma perché ogni sistema politico ha bisogno di spazi in cui elaborare, non solo decidere.

Negli ultimi anni si è spesso parlato della costruzione di una nuova egemonia culturale. Un’espressione ambiziosa, che richiama inevitabilmente una tradizione politica precisa. Ma l’egemonia, per sua natura, non si costruisce solo attraverso la presenza nei media o nelle istituzioni. Si costruisce attraverso il confronto, il pensiero, la capacità di produrre interpretazioni condivise della realtà.

E questo richiede tempo, strutture, dibattito. Se questi elementi vengono meno, il rischio è che il consenso resti, ma perda profondità. Che la forza elettorale non si traduca in una pari capacità di lettura dei fenomeni sociali. Che la politica si trovi a inseguire gli eventi, più che a interpretarli.

Anche il rapporto tra le diverse componenti della coalizione meriterebbe, in questa fase, una riflessione meno tattica e più strategica. Le dinamiche interne, inevitabili in ogni alleanza, non possono sostituire un’analisi complessiva del momento politico. Altrimenti il rischio è quello di ridurre tutto a un gioco di posizionamenti, perdendo di vista il quadro generale.

La domanda, allora, resta aperta e riguarda direttamente la prospettiva dei prossimi mesi: come si governa una fase in cui emerge un segnale di inquietudine nell’elettorato? Con quali strumenti, con quale linguaggio, con quale capacità di ascolto?

Non esistono risposte semplici. Ma esiste una necessità evidente: riportare la politica a una dimensione meno immediata e più riflessiva. Non è una richiesta nostalgica, né un richiamo accademico. È una condizione di tenuta. Perché senza autocritica – o, se si preferisce, senza capacità di rilettura – ogni sistema politico rischia di perdere progressivamente il contatto con la realtà che pretende di rappresentare. E, alla lunga, non è mai il risultato di una singola consultazione a fare la differenza, ma il modo in cui lo si interpreta.

La politica, quando è davvero tale, non può limitarsi a gestire il consenso: deve anche saperlo interpretare, soprattutto quando mostra incrinature. Governare non significa soltanto decidere, ma anche comprendere. E comprendere implica ascolto, capacità di revisione, talvolta anche il coraggio di mettere in discussione se stessi.

È qui che si misura la qualità di una classe dirigente. La destra di governo ha oggi una responsabilità che va oltre la durata della legislatura: dimostrare di essere non solo forza di guida, ma anche comunità politica capace di pensare, di interrogarsi, di evolvere. Perché il consenso, se non è accompagnato da una continua opera di interpretazione della realtà, rischia di trasformarsi in abitudine. E l’abitudine, in politica, è spesso il primo passo verso l’erosione.

Non si tratta di rincorrere modelli del passato, né di imitare liturgie ormai superate. Si tratta di recuperare una funzione essenziale: quella di dare senso ai passaggi difficili, trasformando una sconfitta in occasione di chiarimento e rilancio.

Se questo passaggio non avverrà, il rischio non sarà immediato, ma progressivo: una distanza crescente tra chi governa e chi è governato, tra le decisioni e la loro percezione.

Al contrario, se la riflessione troverà spazio, questa fase potrà rivelarsi non un punto di debolezza, ma un momento di maturazione.È in questi snodi che si costruisce – o si perde – la credibilità di un progetto politico.

Tags: governo Melonireferendum giustizia
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