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Lettera dagli USA/ Pandemia e dintorni: i numeri non mentono

di Paolo Zannetti
4 Gennaio 2024
in Home, Il punto
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Lettera dagli USA/ Pandemia e dintorni: i numeri non mentono
       

Uno dei vantaggi di uno stato federale, con ampie autonomie regionali, è quello di poter trasformare i vari stati federati in laboratori di sperimentazione politica ed amministrativa. Infatti, ogni regione può applicare politiche diverse e rispondere a situazioni e crisi con modalità differenti. Quindi, a posteriori, possiamo cercare di valutare le diverse azioni condotte dalle varie autorità di ogni stato federato e capire chi in una crisi ha agito in maniera soddisfacente, e chi no. Queste valutazioni sono poi essenziali per dare una guida agli elettori, ricordando loro quali politiche hanno funzionato meglio di altre; ed anche per indicare ai cittadini gli stati federati che funzionano meglio di altri, incoraggiando per alcuni un potenziale trasloco.

Tutto ciò è avvenuto, per generazioni, negli Stati Uniti, in origine creati come una Unione di Stati Indipendenti, anche se, con il passare degli anni, il governo federale si è appropriato sempre di più di potere e risorse. Gli USA rimangono comunque a tutt’oggi un vero stato federale dove leggi e tassazioni cambiano da stato a stato e da contea a contea, specialmente tra zone rurali ed urbane.

L’infezione del virus cinese – il COVID-19 – ha creato una pandemia mondiale. Oggi, a pandemia praticamente finita, abbiamo la possibilità – anzi, il dovere – di esaminare i dati disponibili, i fatti, le azioni, le dichiarazioni ed i provvedimenti applicati durante questa emergenza. È importante identificare chi ha fornito opinioni corrette, e chi no. Chi ha operato in buona fede, e chi no. Chi ha implementato politiche sane, e chi ha improvvisato misure controproducenti. È necessario ripensare e rivedere, alla luce di dati oggettivi e non ideologici, cosa è successo e cosa si sarebbe potuto fare meglio, anche alla luce di una necessaria preparazione per una nuova simile emergenza in un immediato futuro.

Che dati usare? Statistiche su morti ed ospedalizzazioni, per esempio, sono disponibili in molti paesi. Ma certamente non hanno tutte la stessa affidabilità. Possiamo forse confrontare i dati degli Stati Uniti con quelli, per esempio, della Cina o di altri paesi con governi autoritari o dittatoriali che ovviamente controllano e manipolano le informazioni? Certamente no. Inoltre, uno dei numeri critici nella valutazione degli effetti del COVID-19 è la mortalità; in altre parole, se un milione di persone (N) sono contagiate e mille (M) muoiono, la mortalità è M/N, e cioè lo 0.1%. Ma, con un numero enorme di persone contagiate a loro insaputa senza sintomi, e quindi senza essere propriamente contate, il calcolo può dare risultati fasulli, e cioè sottostimare il denominatore N e conseguentemente sovrastimare la mortalità. E poi sappiamo che molti sono morti con il COVID-19, ma non di COVID-19. Di nuovo, il calcolo può sovrastimare la mortalità. E di molto.

E poi i vaccini. Come valutare la loro efficacia? Quante vite hanno salvato? Sono stati veramente efficaci o sono stati distribuiti quando il virus stava già perdendo potenza? Andavano iniettati solo alle persone vulnerabili od a tutta la popolazione, compresi i bambini? Possiamo quantificare i loro benefici ed i loro danni? Quali sono stati i costi di sviluppo, produzione, e distribuzione? Chi ha pagato? Chi ci ha guadagnato?

E le misure draconiane applicate da tanti governi sono servite? Mascherine, restrizioni di movimento, coprifuochi, quarantene, distanze di sicurezza, chiusure di scuole e di uffici; possiamo calcolare costi, benefici, e magari anche i danni?

A molte di queste domande – non tutte – si possono oggi dare risposte oggettive, basate su dati disponibili, raccolti specialmente negli Stati Uniti, dove abbiamo avuto forti differenze di regolamentazione COVID-19 da stato a stato, e dove la raccolta dati è tra le più complete ed affidabili.

Prima del COVID-19

Cominciamo con qualche considerazione su quello che sapevamo prima del COVID-19. Come ci ricorda il Prof. Scott Atlas dell’Università di Stanford, prima del Marzo 2020 la comunità scientifica in genere, e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) in particolare, si opponevano ai lockdown come misura contro le malattie infettive. Infatti, vari studi avevano mostrato la loro inefficienza. Per esempio, l’esperto di storia della medicina, John Barry, aveva preparato un riassunto dettagliato dell’epidemia spagnola del 1918 concludendo che i dati mostravano l’inefficienza della quarantena. Per esempio, confrontando la mortalità nelle varie basi militari dove la quarantena venne imposta con quelle che non lo fecero, le differenze erano minime. Lo stesso vale per un rapporto della WHO, che nel 2006 raggiunse le stesse conclusioni sull’inefficacia della quarantena, specialmente in aree urbane.

Cosa successe allora all’inizio del 2020, quando di colpo la comunità scientifica cominciò a raccomandare, spesso con toni apocalittici, misure estremamente restrittive in contraddizione con dati ed opinioni del passato?

Il Panico del 2020

Il panico iniziò con la pubblicazione dei risultati dei modelli epidemiologici ed il martellamento allarmistico della stampa. Le previsioni più gravi vennero dal team scientifico dell’Imperial College di Londra capitanato dal Prof. Neil Ferguson. Il loro modello matematico-epidemiologico proiettava risultati catastrofici, che secondo loro potevano essere mitigati solo con cancellazioni di eventi pubblici, chiusure di scuole ed uffici, restrizioni ferree sul movimento delle persone, ed interventi drastici per fermare i contagi.

Avremmo forse dovuto riflettere, prima di dar buon credito al modello numerico del Prof. Ferguson, sui risultati dei suoi passati studi. Egli aveva predetto nel 2001 che 138 mila persone in UK sarebbero morte per la encefalopatia spongiforme bovina, ovvero il morbo della mucca pazza. Il conto dei morti fino al 2018 fu 178. Altre sue previsioni catastrofiche, per esempio per il morbo della pecora pazza, l’influenza aviaria, e l’influenza suina, furono pure smentite dai dati.

Non c’è sorpresa nel notare, oggigiorno, che tutte le previsioni allarmistiche sul COVID-19 dell’Imperial College si sono rivelate errate ed esagerate. Basti pensare che il loro modello aveva previsto tra 40 mila e 80 mila morti in Svezia – un paese che coraggiosamente rifiutò di autorizzare rigidi e generalizzati lockdown – mentre i morti furono 13 mila. Il team del Prof. Ferguson pubblicò nel Giugno del 2020 uno studio che stimava che 3 milioni di vite umane erano state “salvate” dai vari lockdown imposti nei diversi paesi.   

Lo scoppio delle ostilità

Dopo un inizio in sordina nel febbraio 2020, in cui chi esprimeva preoccupazioni per il “virus cinese” veniva accusato di razzismo, a Marzo si era entrati in un panico generale. In Italia, l’esercito era stato mobilitato a Bergamo per il trasporto delle bare – unico caso al mondo, mi pare. Gli organi di informazione parlavano di mortalità anche del 10% tra coloro che erano stati infettati. Insomma, prendersi il COVID era una roulette russa, con un revolver a 10 colpi.

Qualcuno cercò di estrarre dati significativi e credibili. Nell’Aprile del 2020, un gruppo di esperti dell’università di Stanford, capitanati dai professori John Ioannidis e Jay Bhattacharya esaminarono qualche migliaio di persone nella contea di Santa Clara in California, e trovarono che molti di coloro che erano già stati infettati dal COVID-19 non se ne erano accorti, perché asintomatici. Calcolarono che la mortalità del COVID-19 era solo lo 0.2%, circa il doppio della normale influenza. Avvertirono però che la mortalità avrebbe potuto essere più alta in comunità di anziani e di persone malate, ospedali e case di riposo.

Questo studio suscitò un vespaio. Seguirono accuse, insulti, denunce, minacce, ritorsioni, censure, ed isolamenti professionali – veri linciaggi mediatici. Non si doveva contraddire la lobby del panico e dell’allarmismo – una lobby che aveva intuito subito i vantaggi economici, politici, e personali che il COVID aveva creato. Questa lobby comprendeva naturalmente i media ed il mondo dei servizi internet che cominciarono ad operare censure e rimozioni di informazioni sgradite, spesso in combutta con agenti governativi, come provato recentemente in USA dove l’amministrazione Biden fece pressioni su Facebook per rimuovere opinioni scomode sul COVID-19. Le pressioni ottennero l’effetto voluto e molti scienziati anche di alto livello furono imbavagliati per anni.

Molti eminenti ricercatori scientifici non si lasciarono intimidire e firmarono nell’Ottobre del 2020 la Great Barrington Declaration (https://gbdeclaration.org/, disponibile anche in italiano). In essa, vennero espresse forti critiche verso le politiche di lockdown ed i conseguenti danni fisici e mentali da loro causati. In particolare, venne criticata la chiusura di scuole e università, e la mancanza di misure flessibili che proteggessero i più vulnerabili, lasciando vivere una vita normale al resto della popolazione, specialmente i giovani che erano quasi completamente immuni al rischio COVID. Sotto i 50 anni il rischio di mortalità era circa 10 volte inferiore a quello per le persone al di sopra; e sotto i 30 anni statisticamente inesistente.

I dati negli Stati Uniti

L’analisi dei dati di mortalità nei 50 stati USA – dove le statistiche sono in genere attendibili – mostrano una totale mancanza di correlazione tra lockdown, uso di mascherine, e mortalità. La scienza sembra essere molto chiara su questo punto. Stati come la Florida e nazioni come la Svezia, che non hanno sottoposto la loro popolazione a misure draconiane di isolamento – con tutti i danni fisici, psicologici, ed economici che ciò ha comportato – non hanno avuto un percepibile aumento della mortalità.

I dati USA possono essere esaminati qui: https://www.worldometers.info/coronavirus/country/us/, cliccando sulla cella Deaths/1M pop in modo da visualizzare i dati ordinando in sequenza i numeri di morti per milione in ogni stato USA nel periodo Marzo 2020 – Novembre 2023. Primo: si nota che questo rapporto (morti per milione) varia solo di un fattore 2 tra stato e stato, per esempio 4.5 per il Mississippi e 2.4 per il Maine. Secondo: non si riesce a ricondurre la variazione di questo rapporto a nessuna misura applicata dai vari stati (lockdown, mascherine, ecc.). Terzo: la famosa Florida, tanto criticata specialmente dalla Sinistra per la sua “permissività” durante la pandemia, mostra un rapporto simile a tanti altri stati, nonostante l’alto numero di anziani vulnerabili.

Il caso della Florida è particolarmente indicativo, perché fu l’unico tra i grandi stati USA che cercò di rispettare le libertà costituzionali della popolazione. Per parecchi mesi il business negli Stati Uniti fu frenato da stringenti misure protettive, molte assurde ed inutili. In molti stati, incontri di lavoro, viaggi e conferenze non erano permessi, per cui la Florida, offrendo piena libertà di movimento, si trovò ad attirare ed ospitare tutte queste attività professionali e sociali. Per esempio, il parco di Disneyland in California rimase chiuso per più di un anno, mentre quello di Disneyworld in Florida solo per 4 mesi.  Nonostante tutte le critiche degli allarmisti al governatore repubblicano della Florida – Ron DeSantis – la mortalità COVID in Florida rimase nella media, sebbene avesse una popolazione più anziana e vulnerabile, essendo uno stato che attira molti pensionati per il clima mite ed un fisco meno accaparratore.

Idem per le mascherine. Ci sono state enormi differenze in USA, tra stato e stato e tra contea e contea, sull’uso delle mascherine. Non si è trovata alcuna correlazione tra frequenza d’uso delle mascherine e mortalità.

Cosa sappiamo oggi

I lockdown hanno limitato e spesso completamente interrotto l’assistenza sanitaria, aumentato l’uso di droghe illegali, aumentato i suicidi, fatto danni psicologici enormi specie ai più giovani, aumentato gli abusi sui bambini ed i danni di auto-lesione fatti dai ragazzi. Si è stimato che almeno un terzo della mortalità durante la pandemia va attribuita ai lockdown e non al COVID. Insomma, non c’è nessuna evidenza che i lockdown abbiano salvato vite in maniera statisticamente misurabile, ma c’è piena evidenza del contrario. Per esempio, in USA, i suicidi dei bambini tra i 5 ed 11 anni triplicarono durante i lockdown.

Purtroppo, l’emergenza COVID e gli errori fatti, sia in buona che in mala fede, fanno parte di una nuova realtà moderna: quella di trasformare tutto in crisi, in un incessante stato di allarme fomentato da giornalisti e politici. Infatti, abbiamo avuto negli ultimi decenni la crisi dell’aumento della popolazione, la crisi dell’esaurimento delle risorse, la crisi energetica, la crisi dell’AIDS, e la crisi climatica. Tutte crisi contaminate da allarmismo ed esagerazioni, che però hanno permesso a politici, burocrati, attivisti, accademici, ed “esperti” di ottenere prestigio, finanziamenti, potere, e visibilità mediatica. Ed hanno permesso un aumento esponenziale della governance a tutti i livelli, da quello locale a quello globale. Ma la governance ha un costo! In realtà, oggi i numeri sono chiari. Per esempio. In America per una persona sotto i 70 anni la probabilità di sopravvivere all’infezione COVID è stata del 99.9%.

Guardiamo ora i numeri da un altro punto di vista.

Qualche numero sull’Italia

L’Italia ha circa 60 milioni di persone. Ogni anno muore circa l’1%, e cioè 600 mila persone, circa 1600 al giorno. Ammettiamo che in un anno la metà della popolazione sia infettata dal COVID-19 con una mortalità del 0.2%. Questo scenario aggiungerebbe 60 mila morti. Però la grande maggioranza dei morti di COVID sono persone già anziane e malate, diciamo in media con 5 anni di aspettativa di vita. Quindi si perdono: 60 mila x 5 = 300 mila anni vita.

Non per minimizzare, ma solo per confrontare, in Italia muoiono 3400 persone all’anno (dati del 2017) in incidenti automobilistici. Se la aspettativa di vita per costoro è di 45 anni, abbiamo: 3400 x 45 = 153 mila anni vita persi. Per il tabagismo in Italia muoiono 96 mila persone l’anno (dati del 2019). Se stimiamo per loro una aspettativa di vita di 20 anni, otteniamo 96 mila x 20 = quasi 2 milioni di anni vita persi. Insomma, se proprio vogliamo ottimizzare sforzi e risorse per il bene della popolazione, ci sarebbero interventi molto più utili da fare, per esempio contro il tabagismo e per la sicurezza stradale, invece di spendere milioni per banchi a rotelle.

Con il COVID-19, in Italia e in quasi tutto il mondo, non hanno vinto scienza e razionalità. Hanno vinto allarmismo, emotività, paura, ignoranza, e gli interessi di potenti gruppi politici ed economici. Il principio precauzionale in questo caso ha fallito. C’è solo da sperare che, a chi ha raccolto denaro e potere da questa emergenza, non venga permesso di escogitarne di nuove.

Tags: coronaviruspandemiasaluteUSA
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