Ieri nella città santa di La Mecca – scelta non casuale – Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno siglato un accordo di mutua difesa, intesa che implica anche una più intensa collaborazione militare tra i tre Paesi. Elemento da non trascurare: il Pakistan è l’unica potenza atomica mussulmana.
Il luogo scelto per la firma dell’accordo ha – evidentemente – un alto valore simbolico, ma non va trascurato il significato politico: il patto a tre diventa una sorta di modello per gli altri Paesi islamici, un punto di riferimento per lo sviluppo delle proprie politiche di sicurezza.
Una portata ben più ampia di quella che riguarda direttamente i tre firmatari, dunque, anche perché la Turchia ha dimostrato in questi anni di non aver dimenticato la propria “visione imperiale” in politica estera: dalla Somalia alla Libia (si noti bene, aree d’influenza italiana fino a tempi relativamente recenti) fino alla Siria ed all’Asia centrale, Ankara gioca un ruolo di primo piano sui diversi scacchieri geopolitici. Senza dimenticare la proiezione turca nel Mediterraneo.
Quanto all’Arabia Saudita, il patto con Turchia e Pakistan può essere letto come una crescente sfiducia nei confronti della tradizionale garanzia di sicurezza fornita dagli Stati Uniti. Evidentemente gli effetti della fallimentare guerra con l’Iran iniziano a farsi sentire. Riyad, inoltre, a differenza degli ingenti investimenti nel comparto militare deve fare i conti con prestazioni mediamente deludenti delle proprie forze armate: il conflitto in Yemen è la più evidente conferma di ciò.
Ad osservare con preoccupazione questo scenario c’è Israele: Tel Aviv ha individuato nella Turchia il suo prossimo rivale strategico. Questo, naturalmente, non significa che si preveda uno scontro aperto con Ankara, ma la possibilità è contemplata. E una copertura nucleare pachistana per Ankara è una sgradita novità con cui Israele – potenza nucleare non dichiarata – deve fare ora i conti.





