Brutta, bruttissima la sconfitta. 53,6% contro il 46,4. Uno schiaffione sonoro che fa traballare un’intera narrazione mediatica che trascinde e supera il quesito del referendum. Della malagiustizia, degli intrighi della magistratura e delle sorti (assai più importanti) dei cittadini, purtroppo, a pochi importava. Il voto o il non voto è stato un atto politico. Un segnale secco, duro. Inequivocabile. Un corto circuito su cui si dovrà (speriamo) meditare, analizzare.
Ragioniamo. Il centro destra a trazione destrista che incontrava e soddisfaceva non solo i suoi tradizionali bacini elettorali — il ceto medio impoverito, le partite IVA, le PMI, gli italiani (e non solo gli italiani) delle periferie, il mondo delle Forze armate etc. — ma che sembrava capace di dialogare e inglobare anche nuovi spazi, altre esigenze, nuove domande, ha evidentemente deluso. Non nascondiamoci, non perdiamoci nelle solite cazzate auto consolatorie. Vi sono, nelle varie, composite destre e simil destre, vasti settori — i numeri freddi parlano chiaro —che chiedevano sicurezza, equità fiscale, energia ad onesto costo, controllo di un’immigrazione a tutt’oggi incontrollata. E pace. Con buona pace (scusate la ripetizione…) dei guerrafondai governativi che svuotano i nostri scarni arsenali militari (e le ancora più vuote tasche dei contribuenti) per un sostenere le follie di un attore fallito ucraino o piegandosi alle esigenze belliche di Israele e USA. Larga parte di questi segmenti destristi o para destristi non hanno votato. Sono rimasti a casa. Delusi o rassegnati. Schifati o dormienti.
E allora le domande. Perchè affidare al ministro Nordio, personaggio di livello ma troppo, troppo stanco, il peso di una battaglia così complessa? Perchè tenere in pancia al governo in ruoli apicali personaggi imbarazzanti o ingombranti, tra tutti la signora Giusi Bartolazzi? Perchè offrire alla stampa (mai benevola, anzi…) una visione del referendum senza un linguaggio coerente, senza una vera visione, senza un vero racconto politico e culturale. Perchè di questo si trattava. Di questo si doveva discutere. Non si è fatto. Anzi.
E il No ha vinto, la macchina del PD (ex PCI), per quanto scassata, è riuscita ad innescare una stramba ma efficace forma di conflitto totale, una battaglia identitaria, nostalgica ma mobilitante, usando poche abusate, noiose, eppure ancora funzionanti, parole d’ordine. Allora ecco il governo Meloni contro la Costituzione — un mappazzone che il 99 per cento degli italiani non conosce e non capisce…—, ecco i “fascisti”, ecco la “resistenza”, ecco la nuova guerra civile e altre stupidaggini. Sciocchezze imbarazzanti che però hanno consentito al partito del giustizialismo e delle manette, all’Italia delle regioni rosse e delle ZTL, all’Italia della paura e e della conservazione una vittoria impossibile e immeritata. In più, con questo verdetto, si consolida e si legittima un blocco di potere giudiziario e politico che impedirà in futuro ogni tentativo di riforma, di qualsiasi riforma. A Napoli i magistrati hanno festeggiato la “loro” vittoria con un’imbarazzante tarantella cantando “Bella Ciao”. A Palazzo Chigi qualcuno inizi a riflettere. Il tempo scorre.






Semplicemente ha vinto il “no” per le solite promesse dei sinistroidi:
Stato fascista da abbattere, noi vi daremo il reddito e non lavorerete.