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Ricordando Adua. Il coraggio dei pochi e l'”Italietta” che non sopportiamo

di Piero Visani
5 Marzo 2015
in Estera, Guerre e pace
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Ricordando Adua. Il coraggio dei pochi e l'”Italietta” che non sopportiamo
       
Ricorre in questi giorni il 119° anniversario della battaglia di Adua, sicuramente il maggiore disastro subito da un esercito europeo in Africa, superiore anche a quello inglese di Isandlwana (1879).
Il balbettante colonialismo italiano, che si era affacciato nel Corno d’Africa agli inizi degli anni Ottanta dell’Ottocento, privo di un’ideologia, di strumenti che lo sostanziassero e – come sempre nel nostro Paese – di una classe dirigente che fosse all’altezza del compito, si distinse soprattutto per miopia politica, modestia di obiettivi, grettezza di visioni. Fu una specie di “atto di presenza”, tanto per dimostrare alle altre potenze europee che anche noi avevamo un “piede in Africa”.

Ottusa come sempre, la nostra classe dirigente non aveva altri obiettivi se non quello di tramandare se stessa e, se anche qua e là non mancavano le individualità di eccellenza, come lo stesso primo ministro Francesco Crispi, esse ovviamente sparivano nel “mare magnum” della sufficienza, del pressapochismo, della sottovalutazione razzista del nemico.

Una presenza coloniale nel Corno d’Africa avrebbe dovuto guardare non verso l’interno, ma verso le vie d’acqua che collegavano i domini asiatici dell’impero britannico al Mediterraneo, ma per fare ciò sarebbe servita una cultura strategica che da noi non è mai esistita e, quando c’è stata, è stata disprezzata o fraintesa.
 Tutto si risolse così nella stracca imitazione di quello che facevano potenze coloniali più forti, le quali, ovviamente, non stettero con le mani in mano per cercare di bloccare le velleità italiane.
La nostra presenza militare in Eritrea, mai troppo felice e incisiva, suscitò la reazione dell’impero etiopico, guidato da Menelik, quando cominciò a risultare troppo forte. Nessuno, a Roma, si rese conto che l’imperatore abissino era in grado di schierare un esercito di oltre centomila uomini e così, anche se le forze coloniali italiane continuarono a stuzzicarlo, raramente il nostro contingente arrivò a sfiorare le ventimila unità.
 Adua rappresentò il tragico punto di giunzione di tutti questi errori: per indurre gli abissini allo scontro, le forze italiane vennero fatte avanzare in modo scoordinato nella conca di Adua e, costrette ad affrontare il nemico in una proporzione di 5-6 a 1, andarono incontro a un tragico disastro: dei circa 18.000 partecipanti alla battaglia (tra reparti nazionali e indigeni), si dovettero registrare dai 5 ai 7.000 morti, 1.500 feriti, almeno 2.000 prigionieri.
Un disastro di grandi proporzioni, che colpì al cuore il nascente colonialismo italiano e che ci espose a una pessima figura a livello europeo, dove confermammo il giudizio già molto diffuso su di noi: una classe politica non all’altezza, una classe militare misoneista e autoreferenziale, un “sistema Paese” (si direbbe oggi) incapace di “tenere” di fronte a una sconfitta, per quanto grave, e pronto a scagliarsi in recriminazioni, accuse e controaccuse, invece che fare fronte comune, riprendersi dalla sconfitta e migliorare la propria immagine.
 Adua viene dopo Custoza (1848 e 1866), dopo Lissa (1866), Dogali (1887), Amba Alagi (1895), e precede Caporetto (1917) e l’8 settembre 1943.
 Tutti i popoli, nel corso della loro storia, hanno subito sconfitte più o meno gravi, e ci hanno riflettuto su, per evitare che si ripetessero. Noi abbiamo continuato a fare tutto esattamente come prima, perché il nostro elevato livello di individualismo, nel mentre produceva eccellenze assolute, ha lasciato – a livello politico e culturale – troppo spazio ai mediocri, al formarsi di una metapolitica cialtronesca, autoreferenziale e soddisfatta di sé, desiderosa di tutto meno che di riflettere sui propri errori, anzi spesso addirittura incline a compiacersene. Così, le Adue, le Caporetto e gli 8 settembre tendono a riprodursi a infinito… “Quos perdere vult, Deus dementat”…

 

Tags: AduaAfricacolonialismoEritreaEtiopiaforze armateFrancesco CrispiGran BretagnaguerreMar Rossostoria
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