• Home
  • Cos’è Destra.it
  • La redazione
  • Newsletter
  • Contattaci
mercoledì 16 Settembre 2026
  • Login
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Newsletter
Destra.it
SOSTIENICI
  • Pòlis
  • Il Punto
  • Società & Tendenze
  • Economia
  • Europae
  • Estera
  • Mondi
  • Libri & Liberi
  • Altre
    • Terra Madre
    • Multimedia
    • Arte&Artisti
    • Televisionando
    • Appunti di viaggio
    • Al Muro del Tempo
    • Rassegna Stampa
  • Pòlis
  • Il Punto
  • Società & Tendenze
  • Economia
  • Europae
  • Estera
  • Mondi
  • Libri & Liberi
  • Altre
    • Terra Madre
    • Multimedia
    • Arte&Artisti
    • Televisionando
    • Appunti di viaggio
    • Al Muro del Tempo
    • Rassegna Stampa
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Destra.it
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Home Home

Storie/ Quando corsari e cavalieri si contendevano il Mediterraneo

di Domenico Bonvegna
17 Ottobre 2015
in Home, Libri&LIBERI
0
Storie/ Quando corsari e cavalieri si contendevano il Mediterraneo
       

Dalla Libia all’estremo limite del Marocco, il territorio chiamato la Barberia, era in mano a “una confusa congerie di signorie islamiche la cui principale attività era sempre stata la pirateria”. A partire dal XV secolo, erano stati suddivisi in tre rudimentali Stati barbareschi, a “sovranità limitata”, con tre capitali: Tripoli, Algeri, Tunisi. In ognuno, vigeva la legge coranica e il governo era affidato a un bey, che esercitava la funzione di vicerè. Tutti e tre facevano parte integrante dell’impero ottomano e pagavano un tributo al sultano. Lontani mille miglia da Costantinopoli, i corsari riconoscevano nel sultano il loro unico signore: “erano i suoi occhi, le sue orecchie e la punta della sua spada”, scrive Arrigo Petacco nel suo “La Croce e la Mezzaluna”.

La ricchezza della Barberia.

Tripoli, Tunisi, Orano, ma soprattutto Algeri, avevano tratto enormi vantaggi dall’inesauribile flusso di ricchezza rappresentato dalla vendita delle prede umane, cioè i cristiani, o dai beni rubati, che venivano riscattati e pagati in contanti dai parenti rimasti in Europa. “In meno di cinquant’anni, per esempio, Algeri si era trasformata da un misero agglomerato di baracche in una graziosa città portuale disseminata di ville lussuose circondate da immensi giardini. Un ‘miracolo economico’ – scrive Petacco – favorito dal lavoro forzato e ovviamente non pagato, degli schiavi, nonché dal fiume di denaro proveniente dai riscatti e dalla vendita delle refurtive”. Praticamente a questo mercato, sia i mercanti cristiani che ebrei andavano a comprare “a buon mercato i beni rubati in Europa per poi rivenderli, nella stessa Europa, a prezzi di assoluta concorrenza”, magari a chi era stato derubato. In pratica capitava la stessa cosa che capitò agli esuli dalmati giuliani istriani in Italia, cacciati dai comunisti titini nell’ultima guerra mondiale e poi successivamente invitati a fare i turisti a casa loro. Uno “spregiudicato mercimonio trasformava i mercanti in complici dei pirati, se non addirittura nel vero motore della guerra corsara”. Del resto se venivano a mancare questi mercanti senza scrupoli, provenienti da tutta Europa, che erano dei veri e propri “ricettatori, le merci predate sarebbero rimaste a marcire sui moli e i pirati sarebbero stati costretti a rallentare o a interrompere la loro attività”.

Confraternite e ordini religiosi per riscattare gli schiavi cristiani.

Addirittura in Europa, per motivi umanitari, si erano costituite delle confraternite, che operavano come intermediari, “provvedevano a far conoscere alle famiglie cristiane i nomi dei congiunti caduti in schiavitù e l’entità della somma richiesta per il riscatto”. Operazioni rischiose, una minoranza veniva liberata, quelli appartenenti a famiglie facoltose, a volte non bastava impegnare tutti i beni per recuperare i propri familiari. In questo traffico, non mancarono i loschi faccendieri pronti ad approfittarsi degli sventurati. Per la maggioranza degli schiavi c’erano poche speranze di essere liberati dalle catene e quindi “dovevano rassegnarsi a trascorrere il resto della vita legati al remo o a lavorare gratis per qualche esigente padrone”. Peraltro si può conoscere questo tragico dramma, consultando gli archivi di alcuni centri costieri italiani dove ancora sono conservate le lettere che questi disperati riuscivano in qualche modo a fare recapitare. Per questi schiavi, la Chiesa fondò anche e degli ordini religiosi come i Mercedari e i Trinitari, per la loro redenzione, facendo collette e raccolta di fondi per liberarli. Ma anche chi ritornava libero secondo Petacco, la vita non era facile, doveva affrontare la povertà, ma soprattutto, le maldicenze, le calunnie e i sospetti. “La fama di lussuriosi attribuita ai musulmani giustificava le più scandalose supposizioni”.

Per la verità c’erano anche gli schiavi cristiani che si convertivano all’islam, che secondo Petracco, erano frequenti e non forzose, suggerite non tanto dalla convinzione, ma spesso per opportunismo, soprattutto per quei poveri giovani che non sarebbero mai stati riscattati, perlopiù italiani. Ne abbiamo già parlato di quei corsari, che hanno raggiunto altissimi incarichi. Fra questi ci sono i liguri e i veneti, marinai caduti prigionieri, ma anche capitani di mare, “costruttori di navi, che passarono volontariamente al servizio del sultano ingolositi dai lauti compensi elargiti agli specialisti di cui l’impero ottomano necessitava”. Curiosamente, la maggioranza degli italiani era costituita dai calabresi, addirittura a Costantinopoli, esisteva un quartiere chiamato “Calabria nuova”. Naturalmente non tutti facevano carriera, i più vivevano nell’anonimato e magari poi ritornavano in patria.

Comunque sia, migliaia di cristiani “andarono ad affollare i bagni della Barberia. Scrive lo storico ligure. “La pirateria era ormai diventata una vera e propria industria che alimentava grossi interessi. Ad Algeri, per esempio, una stagione che non fruttava apprezzabili bottini equivaleva a una crisi economica. Gli schiavi, d’altronde, costituivano, come oggi lo è il petrolio, l’unica fonte di approvvigionamento per assicurarsi l’energia necessaria a far muovere l’economia”.

La “caccia all’uomo”, per le galee.

Le grandi navi avevano bisogno di “forza motrice” umana, per questo si intensificò “la caccia all’uomo” da parte dei turchi. Tuttavia anche gli armatori cristiani erano assillati dello stesso problema. I galeotti e i “bonavoglia”, ossia i volontari, da mettere al remo non erano sufficienti e quindi l’utilizzo degli schiavi era necessario anche da noi. Per Petacco,“Dall’una e dall’altra parte, insomma, l’uomo veniva fatto schiavo e venduto come una merce qualsiasi. Dall’una e dall’altra parte, la caccia all’uomo continuava[…]Né sulle coste, né sul mare, nessuno era più al sicuro”. A questo proposito è interessante la descrizione di Petacco della vita nelle galee, immaginiamo “[…]cento, duecento uomini incatenati cinque per cinque lungo i due fianchi della galea, stretti fra loro fino a toccarsi, accumunati nella stessa fatica e obbligati per anni a vivere legati al banco di voga sul quale mangiano, dormono, defecano ed espletano qualsiasi attività quotidiana”. Una vita infernale, molto simile ai lager o ai gulag. Quando si avvicinava una galea, il fetore era intenso. Peraltro la guerra era dappertutto anche in Europa e i sovrani europei, litigavano fra loro, sottovalutando la minaccia islamica, mentre il vecchio Solimano estendeva sempre più il suo impero, il mare Mediterraneo era diventato un “lago musulmano”, addirittura il re francese Francesco I concede alla flotta corsara di Barbarossa una base a Marsiglia e fa una specie di patto per contrastare le forze imperiali, poi il pirata mise a ferro e a fuoco tutte le coste italiane, che furono devastate e vuotate dei loro abitanti, uccisi o fatti schiavi. Per contrastare i turchi nel Mediterraneo si tentò sempre di organizzare una Lega tra gli Stati cristiani, ma il progetto più o meno fallì sempre. Il posto del vecchio Barbarossa venne preso da Dragut e dal giovane rinnegato calabrese Ulugh Ali, detto Occhialì, con le loro potenti flotte annientarono quelle cristiane siamo nel 1560. I turchi poterono scorrazzare ovunque, annientando ogni resistenza, riuscirono a catturare anche due vescovi diretti al Concilio di Trento. La tragicità di quei tempi, secondo lo storico Alberto Leoni, può essere adeguatamente descritta dal comportamento di un capitano di una nave mercantile sorpreso nel golfo di Napoli dai corsari: “al pensiero della sorte che sarebbe toccata alle famiglie che si erano imbarcate sulla sua nave, preferì appiccare il fuoco al legno, che affondò con tutto il carico umano”. Ormai, persino Roma non era più al sicuro.

L’assedio di Malta e l’eroica resistenza dei cavalieri.

Solimano il sultano voleva impossessarsi di Vienna, ma poi convinto dai suoi consiglieri decide di attaccare l’isola di Malta, l’unico ostacolo allo strapotere turco nel Mediterraneo. I cavalieri di Malta da sempre sono stati i nemici giurati della Mezzaluna. “Se Malta, con i suoi porti ospitali, fosse divenuta parte dell’impero ottomano, la Sicilia sarebbe stata praticamente indifese e, con essa, tuta la penisola italiana”. Probabilmente anche la stessa Spagna e le Baleari, sarebbero cadute in mano turca. Il corpo di spedizione come al solito era imponente, Mustafà Pascià, comandava la fanteria e Pialì Pascià, la flotta. Alla fine di marzo 1565 tutto era pronto quasi duecento navi, con a bordo 40 mila uomini, tra questi i terribili giannizzeri, armati di moderni archibugi. C’erano anche un gruppo particolare di uomini, un migliaio di yayalars, irregolari vestiti di pelli di animali, dotati di un coraggio fanatico e adusi al consumo di hashish.

I tre forti che difendevano il porto erano Sant’Angelo, Sant’Elmo e San Michele. La guarnigione di Malta era composta da 8.500 uomini, in gran parte maltesi, galeotti liberati, mercenari italiani, ma l’elite era formata da circa 700 cavalieri, rientrati dalle corti europee, ben corazzati e disposti già da molti anni a dare la vita per difendere la Chiesa di Cristo. “Una forza esigua, si dirà, – scrive Petacco, nell’”Ultima crociata” (2008) – ma a quell’epoca settecento uomini corazzati da capo a piedi, adusi alla guerra e armati di lance e spadoni micidiali, costituivano in battaglia una forza deterrente paragonabile a un reparto di moderni carri armati”. Erano tutti aristocratici e divisi in gruppi omogenei, detti langues, lingue, a seconda della loro provenienza. Indossavano tutti una corazza pesante, che tuttavia gli consentiva di muoversi con agilità, perché il peso era distribuito in maniera uniforme. Praticamente il tutto gli consentiva di avere quasi l’assoluta incolumità. La popolazione maltese preferiva il governo autoritario dell’Ordine dei cavalieri ai turpi corsari ottomani. “Non c’è quindi da meravigliarsi se tutta la popolazione fosse disposta a battersi fino alla morte, con abnegazione non inferiore a quella dei cavalieri”. Alle spie che offrivano collaborazione, gli isolani rispondevano: “Meglio essere schiavi di San Giovanni che compagni del Gran Turco”. La difesa dell’isola era diretta dal vecchio Gran Maestro Jean Parisot de la Valette, un cavaliere provenzale, che a suo tempo era stato catturato dai pirati e messo ai remi. A suo fianco c’era sir Oliver Starkey, l’unico cavaliere britannico. I turchi nell’assedio dell’isola compirono degli errori, contrariamente alle loro ottimistiche previsioni, i cavalieri e tutta l’isola resistettero ai loro assalti. Una resistenza durata ben 115 giorni, un’eroica lotta, che sa di leggendario. I turchi hanno perso circa 30 mila uomini, l’isola circa 7 mila uomini, i cavalieri caduti in combattimento 239.

Tags: cavalieri di MaltacorsariImpero ottomanoIslamMaltaMediterraneopirateriastoriaTurchia
Articolo precedente

Piccola lista di bugie, truffe e tante cazzate. Tutte made in Italy

Prossimo articolo

Balcani/ Sigillata la frontiera tra Ungheria e Croazia

Domenico Bonvegna

Correlati Articoli

Tranelli e bufale. Se l’Intelligenza artificiale ci parla di storia…
Libri&LIBERI

Tranelli e bufale. Se l’Intelligenza artificiale ci parla di storia…

di Fabio Andriola
15 Settembre 2026
0

Dall’alto della sua veneranda età, il professor Stanley G. Payne ha spalle abbastanza larghe per affrontare qualsiasi sfida. E ne approfitta: l’ultimo...

Leggi tuttoDetails
Eugenio Di Rienzo/ Storia della diplomazia italiana. Due o tre cose che so di lei

Eugenio Di Rienzo/ Storia della diplomazia italiana. Due o tre cose che so di lei

13 Settembre 2026
Torna “Dux” di Margherita Sarfatti. Un libro da leggere per comprendere la nostra storia

Torna “Dux” di Margherita Sarfatti. Un libro da leggere per comprendere la nostra storia

1 Settembre 2026
La globalizzazione non è il nostro destino. La Storia deve ancora scrivere l’ultima parola

La globalizzazione non è il nostro destino. La Storia deve ancora scrivere l’ultima parola

31 Agosto 2026
Carica altro
Prossimo articolo
Balcani/ Sigillata la frontiera tra Ungheria e Croazia

Balcani/ Sigillata la frontiera tra Ungheria e Croazia

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Tag

Africa antifascismo Berlusconi Chiesa cattolica Cina cinema coronavirus Donald Trump economia elezioni Europa fascismo forze armate Francia Fratelli d'Italia geopolitica Germania Giorgia Meloni Gran Bretagna guerre immigrazione clandestina ISIS Islam lavoro Libia Mare Marine Le Pen Matteo Renzi Matteo Salvini Mediterraneo Milano Partito Democratico petrolio Roma Russia Siria sovranità nazionale storia terrorismo trasporti Turchia Ucraina Unione Europea USA Vladimir Putin
Facebook Twitter

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Destra.it per restare continuamente aggiornato.
Ti segnaleremo novità, eventi ed accadimenti più interessanti!

Menu

  • Home
  • Cos’è Destra.it
  • La redazione
  • Newsletter
  • Contattaci

Destra.it

Un giornale telematico che raccoglie le idee, i contenuti, i confronti della comunità umana e intellettuale della destra europea, moderna, nazionale e sociale. Rappresenta l’accesso alla rete e la piattaforma di dibattito di chiunque, provenendo o aderendo a un lungo percorso storico, si riconosca in quei valori culturali e ideali su cui si è sedimentato nei secoli il pensiero di destra.

© 2021 - Destra.it periodico online indipendente; Registrazione Tribunale di Milano n. 30 del 9/2/2021; Sede: Viale Papiniano, 38 Milano.

Welcome Back!

Login to your account below

Forgotten Password?

Retrieve your password

Please enter your username or email address to reset your password.

Log In
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • Home
  • Chi siamo
  • La Redazione di Destra.it
  • Newsletter
  • Contattaci
  • Categorie
    • Pòlis
    • Il punto
    • Europae
    • Mondi
    • Estera
    • Guerre e pace
    • Economia
    • Levante
    • Libri&LIBERI
    • Arte&Artisti
    • Multimedia
    • Facite Ammuina
    • Al Muro del Tempo
    • Appunti di viaggio
    • Rassegna Stampa

© 2021 - Destra.it periodico online indipendente; Registrazione Tribunale di Milano n. 30 del 9/2/2021; Sede: Viale Papiniano, 38 Milano.