Ci sono filosofi che raccontano il proprio tempo e filosofi che, osservandolo con maggiore profondità, riescono a intravedere quello che verrà. Vilém Flusser appartiene alla seconda categoria.
La sua opera, nata nel Novecento ma proiettata verso il futuro, acquista oggi un significato quasi profetico. Nell’epoca degli algoritmi, dei social network, dell’intelligenza artificiale e della comunicazione permanente, Flusser ci costringe a porci una domanda che non è soltanto tecnologica, ma profondamente politica: chi decide per l’uomo quando l’uomo comincia a delegare alle macchine la propria capacità di giudicare?
È una domanda che riguarda la libertà. E quindi riguarda, inevitabilmente, la destra. Non perché Flusser possa essere facilmente classificato secondo le categorie politiche tradizionali. Non lo è. Ma perché la sua riflessione permette di affrontare uno dei problemi centrali della nostra epoca: la progressiva trasformazione dell’uomo da soggetto autonomo a elemento di un sistema tecnico.
È questa la vera sfida della modernità.
La vita di Vilém Flusser
Vilém Flusser nacque a Praga nel 1920, in una famiglia ebraica. La tragedia europea spezzò la sua giovinezza. Nel 1939 lasciò la Cecoslovacchia e raggiunse il Brasile, dove visse per oltre trent’anni. La persecuzione nazista aveva distrutto il suo mondo e sterminato gran parte della sua famiglia.
Nel 1972 lasciò il Brasile e tornò in Europa. La sua esistenza fu dunque segnata dall’esilio, dalla perdita della patria, dal confronto con lingue e culture differenti. Morì nel 1991 in un incidente stradale, durante uno dei suoi ritorni a Praga.
Questa biografia non è un elemento secondario. Flusser fu un uomo che sperimentò personalmente la crisi delle appartenenze, la dissoluzione dei luoghi conosciuti e la condizione dell’individuo sradicato. Per questo la sua riflessione sull’uomo moderno è particolarmente interessante. L’uomo contemporaneo vive sempre più in uno spazio nel quale i confini fisici contano meno, mentre aumentano quelli invisibili: reti, codici, sistemi informatici, piattaforme, algoritmi.
È nato un nuovo territorio. E, paradossalmente, è un territorio nel quale l’uomo può essere continuamente osservato senza sapere esattamente da chi e secondo quali criteri.
Dalla tradizione dell’immagine alla civiltà della scrittura
Flusser interpreta la storia della civiltà anche come una storia dei codici attraverso i quali l’uomo organizza la realtà.
Prima viene l’immagine tradizionale. L’uomo arcaico interpreta il mondo attraverso immagini, simboli, miti. La realtà è percepita come un universo di significati nel quale l’individuo deve trovare il proprio posto.
Poi arriva la scrittura. Ed è una rivoluzione molto più profonda di quanto abitualmente si pensi. La scrittura introduce la linearità, la successione, l’argomentazione. L’uomo impara a collegare cause ed effetti, a costruire una memoria, a elaborare una storia. Nasce l’uomo storico. È l’uomo che ricorda il passato e progetta il futuro. È l’uomo che può conservare la memoria degli errori e trasmettere alle generazioni successive le esperienze accumulate.
È anche l’uomo della tradizione. La tradizione, infatti, non è semplicemente conservazione del passato. È la possibilità di trasmettere.
Una generazione riceve qualcosa da quella precedente e lo consegna, trasformato ma riconoscibile, a quella successiva. In questo senso la civiltà della scrittura è anche la civiltà della memoria. E una società che perde la memoria perde una parte della propria libertà.
Quando l’immagine ritorna
La modernità produce però un nuovo cambiamento. La fotografia, il cinema, la televisione e infine il digitale riportano l’immagine al centro dell’esistenza. Ma non si tratta più dell’immagine tradizionale. È l’immagine tecnica.
Dietro di essa c’è un apparato: una macchina fotografica, una cinepresa, una televisione, un computer, uno smartphone, un programma. L’immagine non è più soltanto qualcosa che l’uomo produce per rappresentare la realtà. È qualcosa che viene prodotto attraverso un sistema. Qui si trova una delle intuizioni più importanti di Flusser. La fotografia e le immagini tecniche devono essere comprese insieme ai concetti di apparato e programma.
Ed è proprio il programma a rappresentare il nuovo problema. Perché un programma stabilisce in anticipo un campo di possibilità.
L’uomo può scegliere, ma sceglie all’interno di possibilità predisposte.
La domanda diventa allora inevitabile: quanto è libera una scelta se l’ambiente nel quale scegliamo è già stato programmato?
L’uomo programmato
È qui che Flusser diventa terribilmente contemporaneo. Lo smartphone non è semplicemente un telefono. I social network non sono semplicemente strumenti di comunicazione. I motori di ricerca non sono semplicemente strumenti per trovare informazioni.
Sono apparati che organizzano una parte crescente della nostra esperienza. Ci mostrano qualcosa e ci nascondono qualcos’altro.
Ci suggeriscono.
Ci ordinano.
Ci classificano.
Ci ricordano.
Ci anticipano.
E soprattutto imparano da noi.
Ogni nostro comportamento diventa informazione. Ogni ricerca lascia una traccia. Ogni preferenza può essere registrata. Ogni esitazione può diventare un dato. L’uomo, che per secoli ha prodotto strumenti per conoscere il mondo, si trova così dentro strumenti che conoscono sempre meglio lui. Questo è il passaggio decisivo. Non siamo più soltanto noi a utilizzare le macchine. Le macchine cominciano a costruire l’ambiente nel quale noi viviamo.
Dalla scelta al suggerimento
L’intelligenza artificiale porta questo processo a un livello superiore. La macchina non si limita più a eseguire un ordine.
Può suggerire.
Può prevedere.
Può scrivere.
Può tradurre.
Può generare immagini.
Può individuare correlazioni.
Può proporre la soluzione che considera più adeguata.
E qui nasce il problema politico. Perché l’uomo moderno rischia di confondere la comodità con la libertà. Se una macchina può scegliere per noi il film, il libro, il percorso, il prodotto, la notizia o perfino la formulazione di una nostra opinione, noi siamo certamente più comodi. Ma siamo anche più liberi? Questa è la domanda che dovrebbe interessare una cultura politica realmente attenta alla persona. La libertà non consiste nel poter scegliere rapidamente tra mille opzioni.
La libertà consiste anche nel poter rifiutare le opzioni che ci vengono offerte. E soprattutto nel poter formulare un giudizio che non sia stato preventivamente suggerito.
La tecnocrazia senza volto
Il vecchio potere era facilmente riconoscibile. Aveva un palazzo, un’uniforme, un’autorità, un nome. Il potere contemporaneo può essere molto più difficile da individuare.
Non necessariamente ordina.
Organizza.
Non necessariamente censura.
Seleziona.
Non necessariamente proibisce.
Rende alcune possibilità più difficili e altre più facili. È una forma di potere che può operare senza mostrarsi. Il cittadino non riceve necessariamente l’ordine di pensare in un certo modo. Riceve un ambiente nel quale alcune idee diventano continuamente visibili e altre progressivamente marginali. Questa è la nuova tecnocrazia. E il suo strumento principale non è la coercizione. È la gestione delle possibilità.
La nuova società di massa
Nel Novecento la società di massa funzionava soprattutto attraverso la standardizzazione. La radio, il cinema e la televisione permettevano di raggiungere milioni di persone con lo stesso messaggio. La società digitale sembra aver superato quel modello.
Oggi ciascuno riceve un flusso informativo personalizzato. Ma questa personalizzazione può nascondere una forma nuova di massificazione. Non viene più imposto a tutti lo stesso pensiero. A ciascuno viene fornito il pensiero più adatto al proprio profilo.
È qualcosa di molto più sofisticato.
L’individuo ha l’impressione di essere libero perché vede ciò che gli interessa. Ma ciò che gli interessa è anche ciò che il sistema ha imparato a mostrargli. La libertà rischia così di trasformarsi in una successione infinita di preferenze preordinate.
La destra davanti alla tecnica
È qui che la riflessione di Flusser può diventare interessante per una cultura di destra. La destra non dovrebbe cadere nella tentazione di considerare la tecnologia un nemico. La tecnica è parte della civiltà. L’uomo ha sempre trasformato il mondo attraverso gli strumenti. Il problema non è quindi essere contro la macchina. Il problema è non diventare macchina.
Una destra moderna dovrebbe difendere l’uomo proprio nel momento in cui la tecnologia tende a ridurlo a dato. Dovrebbe difendere la persona contro il profilo.
La comunità contro la rete impersonale.
La memoria contro l’oblio permanente.
La cultura contro il semplice consumo di informazioni.
Il giudizio contro la raccomandazione automatica.
La responsabilità contro l’alibi dell’algoritmo.
E soprattutto la libertà contro l’idea che tutto ciò che può essere calcolato debba necessariamente essere deciso dal calcolo.
La libertà non è un algoritmo
Qui emerge il punto fondamentale. Una società interamente affidata al calcolo potrebbe essere estremamente efficiente.Potrebbe essere più veloce. Potrebbe commettere meno errori in determinati ambiti. Potrebbe conoscere meglio i comportamenti degli individui. Ma l’efficienza non è la libertà.
La previsione non è il giudizio. La probabilità non è la verità. La personalizzazione non è l’identità. E il dato non è la persona.
Questa distinzione dovrebbe essere difesa con particolare forza. Perché la tentazione della nostra epoca è trasformare ogni problema umano in un problema tecnico. Se tutto è misurabile, tutto può essere calcolato. Se tutto può essere calcolato, tutto può essere previsto. E se tutto può essere previsto, diventa facile sostenere che non sia più necessario decidere.
Ma l’uomo non è soltanto ciò che può essere previsto. È anche ciò che può sorprendere.
Può cambiare idea.
Può pentirsi.
Può sacrificarsi.
Può compiere qualcosa che nessun algoritmo aveva previsto.
Può dire no.
Difendere il diritto all’imprevisto
Forse la vera battaglia culturale del nostro tempo sarà proprio questa: difendere il diritto dell’uomo all’imprevisto. Un algoritmo ragiona sulla base di dati e probabilità. L’uomo può rompere la probabilità. Un sistema può stabilire ciò che è più conveniente.
L’uomo può scegliere ciò che ritiene giusto. Una macchina può suggerire ciò che probabilmente desideriamo.
L’uomo può desiderare qualcosa di completamente diverso. Questa capacità di uscire dal programma è una delle forme più profonde della libertà.
Flusser stesso vedeva nella possibilità di giocare contro gli apparati una via per recuperare la libertà dell’uomo. La sua riflessione sulle immagini tecniche non conduce dunque necessariamente a un rifiuto della tecnologia: pone piuttosto il problema di come l’uomo possa mantenere un margine creativo e autonomo dentro gli apparati.
Non contro la modernità, ma contro la sottomissione
Una cultura di destra non può limitarsi alla nostalgia. Il compito non è tornare indietro. Non possiamo cancellare internet, smartphone o intelligenza artificiale. E non sarebbe nemmeno desiderabile. Il compito è molto più difficile: entrare nella modernità senza consegnarsi alla modernità.
Utilizzare la tecnica senza adorare la tecnica. Accettare l’innovazione senza trasformare l’innovazione in una religione.
Difendere la scienza senza trasformare l’esperto in un’autorità infallibile. Utilizzare l’intelligenza artificiale senza attribuirle un’autorità morale. Perché una macchina può dirci che cosa è più probabile.
Non può dirci che cosa è più giusto.
Può ordinare i dati.
Non può sostituire la coscienza.
Può suggerire. Non può assumersi la responsabilità delle nostre scelte.
Il vero interrogativo di Flusser
È questo, alla fine, il valore di Flusser. Non aver previsto i nostri smartphone. Non aver previsto i social network. Non aver previsto l’intelligenza artificiale. Ma aver intuito che la trasformazione dei nostri strumenti avrebbe finito per trasformare anche noi.
Il problema della tecnica, quindi, non è la macchina. È l’uomo davanti alla macchina. È la possibilità che l’uomo, affascinato dalla potenza dei propri strumenti, finisca per rinunciare a quella che è la sua caratteristica più preziosa: la capacità di giudicare.
La civiltà occidentale ha costruito la propria forza anche sulla memoria, sulla ragione, sulla responsabilità e sulla trasmissione culturale. Difendere tutto questo non significa essere contro il futuro. Significa pretendere che il futuro resti umano.
La domanda decisiva non è dunque se l’intelligenza artificiale diventerà più intelligente. Diventerà più potente. È quasi certo.
La domanda è un’altra: quanto potere saremo disposti a consegnarle? E ancora: chi controllerà gli apparati che controllano le nostre possibilità?
Ma soprattutto: quando l’algoritmo ci dirà che cosa è più conveniente, più probabile, più efficiente e più razionale, avremo ancora il coraggio di scegliere diversamente? È forse questa la vera frontiera della libertà.
Non la libertà di fare tutto. Ma la libertà di non fare ciò che una macchina ha già calcolato per noi. E, in un’epoca nella quale tutto tende a essere programmato, conservare questa facoltà significa conservare qualcosa di essenziale dell’uomo.
Significa rimanere uomini.





