Nel 2019 il canale di Suez festeggerà i suoi primi centocinquant’anni d’attività. Un traguardo importante per questa sottile via d’acqua che unisce il Mediterraneo al Mar Rosso, avvicina l’Europa all’Oceano Indiano, al Golfo Persico, alla Cina, all’Oceania, al Pacifico.
Suez è un’arteria centrale del sistema-mondo, un passaggio strategico per le economie del Mediterraneo, un punto geopolitico fondamentale per l’Italia e i suoi porti. Il canale è importante per tutti e maledettamente importante per l’Egitto.
Il presidente Al Sissi ne è assolutamente consapevole e ha deciso (come già Nasser nel 1956) di puntare tutte le poche carte a sua disposizione sul canale, lanciando — viste le scarse risorse statali disponibili — una massiccia sottoscrizione popolare per la modernizzazione e l’ingrandimento della via d’acqua. L’Egitto ha risposto positivamente e le casse si sono riempite. Un segnale positivo.
Il progetto è colossale. Accanto alla linea storica, progettata nell’Ottocento da un grande italiano come Luigi Negrelli (Ferdinand de Lesseps coordinò i lavori e usurpò gran parte dei meriti…), è già iniziato lo scavo di un canale parallelo che permetterà di raddoppiare il traffico (da 49 a 97 navi al giorno), ridurre drasticamente i tempi d’attesa (da 11 ore a tre) e consentirà il passaggio dei giganteschi bastimenti Ro-Ro di ultimissima generazione. Sono inoltre previsti sei tunnel (tre a Ismalia e tre a Port Said), la realizzazione di una enorme zona industriale free tax (già prenotata per due terzi da società cinesi…), un cantiere navale e cinque porti.
Secondo le previsioni del governo cairota le entrate passeranno dagli attuali cinque miliardi di dollari (dati del 2014) a 13,5 miliardi nel 2013. Una boccata d’ossigeno importante per la traballante economia egiziana non ancora ripresasi dagli spasmi della sventurata “primavera araba” e dalle follie del fondamentalismo e spezzata dal crollo del turismo. Per il generale Al Sissi — alle prese con una crisi finanziaria devastante, il caos libico e il terrorismo nel Sinai — è un’occasione unica per consolidare il suo potere (e delle forze armate che lo sostengono) e ritrovare un ruolo centrale nel sempre più intricato quadro regionale.





